CAPITOLO IV
CORMONS nel X secolo
Mentre Vojtech-Adalberto nasceva in terra boema sulle rive dell’Elba intorno alla metà del X secolo, Cormòns viveva vicende avvolte nell’oscurità, né ci è dato sapere, per la quasi assoluta mancanza di fonti e di documenti, quali fossero lo stato dell’abitato, le condizioni della vita che si svolgeva in esso, gli eventi occorsi.
Sappiamo che da un punto di vista politico il territorio cormonese era soggetto alla potestà dei Patriarchi di Aquileia, che, come feudatari eventi, lo governavano unitamente alla vastissima Diocesi amministrativamente inserita nella circoscrizione della marca di frontiera "Veronensis ed Aquileiensis", in base all’organizzazione disposta dall’Imperatore Ottone I. (11)
Da un documento imperiale dell’anno 964 apprendiamo che alcune terre site in località "intercisas" sotto il castello di Cormòns furono donate da quell’Imperatore al Patriarca aquileiese e questo è forse l’unico documento del tempo che sia giunto fino a noi e nel quale Cormòns viene citata. Di certo, da quel che è possibile immaginare, negli anni intorno alla seconda metà del X secolo Cormòns non godeva, né di benessere, né di tranquillità, a causa soprattutto delle frequenti scorrerie dei feroci Ungari. Non era più la sede del Patriarcato da oltre due secoli e, perso quel privilegio, era senz’altro decaduta civilmente ed economicamente.
La Degrassi, nel suo "Cormòns nel Medioevo", si chiede "se l’abitato aveva potuto o meno scampare alle distruzioni ungariche" e formula l’ipotesi che "..era probabilmente rimasto il castello sul monte Quarin, protetto dalla sua collocazione strategica e dalla scarsa propensione delle bande ungare ad impegnarsi in un estenuante assedio".
Da un resoconto lasciatoci dal Vescovo tedesco Salomone, redatto intorno a quegli anni in occasione di un suo viaggio fatto in Italia, apprendiamo che le distruzioni operate dagli Ungari erano evidenti ovunque. Questo Vescovo ricorda di aver visto città prive di cittadini e campagne senza agricoltori, i campi biancheggiare delle disseccate ossa dei morti ed esprime la convinzione che i superstiti non eguagliavano il numero degli uccisi.
Il Leicht, a proposito degli avvenimenti occorsi in Friuli nel X secolo, appunta "....il Friuli perdette d’un tratto il posto eminente che aveva conquistato in Italia e cadde in una tale oscurità che a malapena se ne conoscono le vicende durante il secolo che seguì". (12) A sua volta, il Menis aggiunge che "un pauroso smarrimento spirituale" aveva colpito l’intero Friuli "in seguito alle profonde ferite prodotte nel suo organismo dalle invasioni ungare". (13)
Queste popolazioni barbare, provenienti dalle steppe orientali dell’Asia centrale e stanziatesi nella pianura pannonica verso l’inizio del IX secolo, per più di un secolo e mezzo furono un vero e proprio flagello di Dio, non solo per il Friuli, ma per gran parte dell’Europa, giungendo esse con le loro scorribande improvvise perfino in Francia.
Si muovevano a bande su velocissimi cavalli e dove giungevano si davano al massacro e alla devastazione, non interessando loro di conquistare territori per stanziarvisi.
A partire dall’899, queste bande ripetutamente invasero le regioni settentrionali d’Italia, giungendo fino a Pavia ed oltre, ovunque arrecando morte e distruzione.
Il Leicht afferma che furono cinque le incursioni; il Paschini non le enumera, mentre il Menis sostiene che ce ne furono, documentate, dodici. (14)
I cronisti del tempo definiscono gli Ungari come "gens ferocissima ed omni belua crudelior....carnem comedens humanam et sanguinem bibens pro potu.....(gente ferocissima e crudele più di ogni belva.....che mangiava carne umana e beveva come bevanda sangue" (15) L’impressione lasciata dalle scorrerie nell’immaginario collettivo fu talmente forte che, come scrive il Cremonesi, "ancora due secoli dopo che erano cessate era in vigore l’invocazione liturgica ab Ungarorum nos defende iaculis (difendici dalle frecce degli ungari)". (16)
Ulteriore memoria di quegli avvenimenti lontanissimi nel tempo, ma rimasti nella memoria storica della gente, la si trova nella denominazione di "strata Hungarorum" che viene ancora oggi comunemente data alla strada che, partendo da Palmanova, giunge a Codroipo.
Normalmente gli Ungari non trovarono mai efficace resistenza durante le invasioni. Gli unici che posero loro vittorioso contrasto fu il duca Enrico II, fratello dell’Imperatore Ottone I, ed il Patriarca d’Aquileia Federico, del quale un epitaffio posto sulla sua tomba ricorda che egli "aveva represso con grande valore la rabbia degli Ungheri". (17)
Certo da Cormòns gli Ungari passarono e non senza provocare le distruzioni subite da altre popolazioni, se è vero, come ci riferiscono le cronache del tempo, che venne gravemente danneggiata anche la Basilica di Aquileia e distrutto completamente l’archivio patriarcale, con enorme perdita per la futura memoria.
Le incursioni di questi temibili devastatori cessarono improvvisamente dal 955 quando, nei pressi di Ausburg, l’Imperatore Ottone I li sconfisse definitivamente, decimandoli. Le cronache ricordano che coloro degli Ungari che non trovarono la morte sul campo di battaglia, perirono annegati nel fiume Leck o furono linciati dagli abitanti del posto. Quelle stesse cronache dicono, come scrive il Cremonesi, che "soltanto sette degli ungheri sopravissuti furono risparmiati e rimandati in patria con le orecchie mozzate".
Possiamo pensare che, cessate le incursioni, i superstiti abitanti di Cormòns, che si erano durante le scorribande rifugiati nel Castello, scesero verso il piano e incominciarono a ricostruire le case e le chiese distrutte e a ripristinare il proprio tessuto civile ed economico. La gente riprese pure la vita normale di tutti i giorni, ma in quali condizioni e tra quali difficoltà e ristrettezze non è difficile immaginare.