CAPITOLO V

VOJTECH

La fanciullezza e la giovinezza.


La biografia del monaco Caneparius, detta "Vita", riferendosi all’epoca in cui nacque Vojtech-Adalberto, si apre con questa annotazione: "Quella parte della Germania, che gli abitanti indicano con il nome di Boemia, era ricca e abitata da uomini forti. Nella maggior parte del territorio vivono ancora popoli pagani, che onorano la creatura in luogo del Creatore e idoli di legno o di pietra al posto di Dio, mentre la maggioranza della popolazione, pur qualificandosi cristiana, tuttavia vive come i gentili.

Comunque, non pochi sono coloro che hanno vera fede e che bene si comportano in vista del premio finale.

Tra coloro che abitavano dove la bella religione della cristianità fioriva, c’era un uomo, chiamato Slavnik, nobile e ricco e molto amato dai suoi per l’amore della giustizia e per le opere di carità.

Questo uomo, grande tra tutti gli abitanti di quella regione, era ricolmo di oro e di argento, fedele alla legge divina pur tra i piaceri della vita mondana, sollecito all’ascolto delle raccomandazioni dei sacerdoti, caro a tutto il popolo, ma specialmente amico dei poveri.

Costui prese in moglie una donna di pari nobiltà, ella stessa ricolma di onesti costumi, che aveva sete specialmente delle parole del vangelo, di cui mai si saziava, e che non si dilettava della pompa delle matrone, né amava coprirsi di oro o di gemme preziose, ritenendo di nessuna importanza tutte quelle cose che invece gli stolti apprezzano.

Era santa nei costumi, santa nell’ascoltare i sermoni, forte (come dicono) nei digiuni, familiare a Dio nelle preghiere, si comportava da madre verso gli orfani e da sorella nei confronti del pellegrino e della vedova. Essi erano onorati per queste loro virtù, sia dagli umili che dai ricchi e specialmente dai giovani. Dalle loro sante e nobili nozze, tra i magnanimi bimbi che essi procrearono, nacque quel bambino che, più bello tra tutti, fu battezzato con il nome di Vojtech, che significa consolazione dell’esercito." (18)

L’altra biografia detta "Alia Vita" di poco posteriore a quella da cui abbiamo tratto il brano precedente, inizia così:

"E’ nato un rosso fiore in terra di Boemia; figlio più grande da grandi genitori, un pomo d’oro è germogliato da nobili rami. Il pargolo Vojtech, il cui nome significa consolazione dell’esercito, è stato generato di bello aspetto, ma più bello è per la fede. Suo padre, Slavnik, era grande e potente, i suoi beni notevoli, i suoi possessi estesi, ...sotto di sé aveva molti sottoposti, la casa piena di oro e di argento......tuttavia, pur essendo signore di terre, fu un uomo mediocre, avaro nella preghiera, ma non privo di qualche buon gesto caritatevole, non casto, ma generoso nella cura dei figli. Sua madre, di nome Strziezislawa, boema di nascita e di nobile stirpe......era di casti costumi, fervente nelle elemosine, concreta nelle opere della fede, onorando così le proprie nobili origini. Ma la castità la fece quasi colpevole; infatti, mentre era ricolma di fervente zelo nella castità e pregava in casa, dava occasione all’uomo di peccare, non con una, ma con una moltitudine di donne. Buono il padre, ma migliore la madre; ottimo chi nacque da loro". (19)

La "Vita di S. Adalberto Vescovo Praga, Apostolo di Polonia, Ungheria, Boemia, Russia e Martire" stampata a Venezia nel 1727, sopra ricordata, ci presenta della famiglia dei genitori di Vojtech questo quadro, che non si discosta da quelli già tracciati dalle due precedenti biografie: "Il padre e la madre erano di regio sangue....Dicesi che il palagio loro era asilo de’ poveri e che la bontà, colla quale soccorrevano i miserabili, acquistò loro la estimazione e lo amore di tutta la Provincia. Viveva la contessa con grande modestia ed era una donna che praticava gli esercizi di una austerità claustrale; stava ordinariamente chiusa nel suo Oratorio e passava le ore intere in fervorose orazioni. Il Conte non si era regolato; amava le donne e se le lacrime de’ poveri non lo avessero difeso innanzi a Dio, la sua incontinenza avrebbe certamente eccitata la giusta divina collera. Diessi nel Battesimo al tenero nostro Santo il nome di Voitichio, che significa consolatore degli eserciti..."

Circa la data della nascita di Vojtech, gli storici propendono nel farla risalire intorno all’anno 956, a Libice nel castello paterno, sesto di sette fratelli.

Come era tradizione, nelle famiglie nobili al momento della nascita i genitori già stabilivano che cosa avrebbe dovuto fare il figlio in età adulta e, nel caso di Vojtech, il significato del suo nome indica probabilmente che nelle intenzioni del padre era prevista la carriera militare.

Libice era la capitale del dominio della famiglia di Slavnik e, posta sul fiume Cidlina, si trovava nella parte orientale della Boemia immediatamente a confine con le regioni polacche che erano sotto il controllo del duca polacco Mieszko I, discendente di quei Piast che avevano accolto i pellegrini cristiani inviati da S. Metodio. La famiglia degli Slavnikides divideva il potere in Boemia con l’altra potente dinastia ceca dei Premislydi, che comandava sulla parte occidentale della regione. Tra le due potenti famiglie esistevano accordi di governo ed alleanze, alternate però da periodi di conflitti e di contrapposizioni. Queste due famiglie nel 955 avevano combattuto assieme a fianco dell’Imperatore germanico Ottone I nella battaglia sul fiume Leck, dove furono sconfitti ed annientati gli Ungari.

Slavnik era veramente molto potente e temuto, tanto che all’epoca godeva del privilegio di battere moneta. Inoltre alcune fonti affermano che la moglie era parente della famiglia imperiale germanica.

L’influenza della politica tedesca nei confronti della Boemia era notevole e ciò costituiva uno dei motivi di dissidio tra gli Slavnikidi ed i Presmilydi, autonomisti i secondi, germanofili i primi.

Che a quei tempi la politica boema fosse fortemente condizionata dall’ingerenza tedesca è provato dal fatto che a Praga non era stato eretto ancora alcun vescovato. Il clero boemo, infatti, dipendeva dal vescovo tedesco di Ratisbona, il quale più volte si era opposto alla volontà del Papa, sollecitata ripetutamente dal duca praghese Boleslao, all’erezione nella città boema di una Diocesi propria. La nascita di una Diocesi avrebbe di fatto annacquato l’ingerenza tedesca e ciò non rientrava nei piani politici del regno germanico, che non desiderava avere ai propri confini uno stato forte e capace di svolgere una propria autonoma politica. Solamente nel 973, dopo la morte del Vescovo di Ratisbona, Praga poté avere una sede ecclesiastica sua, che l’Imperatore Ottone I sottopose, però, a quella tedesca di Magonza, benché fosse geograficamente più vicina quella di Ratisbona. Per rimarcare, comunque, la non del tutto autonomia politica, Ottone pose a capo della neo Diocesi un Vescovo tedesco, Titmaro, un monaco dell’abbazia di Magdeburgo, che era a lungo vissuto in Boemia e che conosceva bene la lingua. Questo vescovo avrà una forte influenza su Vojtech-Adalberto e, con la sua morte, ne cambierà la vita.

Gli slavnikidi avevano buoni contatti con Magdeburgo e nel 961 il vescovo di questa Diocesi, Adalberto - anch’egli diventato poi santo - ebbe a visitare, soggiornandovi, Libice, probabilmente in occasione di una tappa del viaggio sulla strada di Kiev, dove si recò per una missione che come conseguenza ebbe l’avvicinamento alla religione cristiana di Olga di Russia, madre di Vladimiro, primo principe russo convertitosi al Cristianesimo. (20)

I due futuri santi, conosciuti dalla storia e dai fedeli con lo stesso nome, probabilmente si incontrarono già quella prima volta a Libice, pur non sapendo allora che sarebbero stati accomunati dallo stesso nome e dal medesimo fervente ardore missionario.

Ad Adalberto di Magdeburgo molto dovrà Vojtech, compreso il nome con il quale sarà nei secoli ricordato e venerato.

Le biografie raccontano che, ancora lattante, Vojtech si ammalò gravemente ed i genitori presero a disperare della sua guarigione.

Questa avvenne miracolosamente e ciò, probabilmente, mutò nella mente dei genitori l’originaria intenzione di avviare il fanciullo alla carriera militare.

La morte di un figlio è stata in ogni tempo sentita come una tragedia, ma la prodigiosa guarigione da una malattia incurabile è stato sempre considerato come un segno concreto della benevolenza divina. Dio comunica agli uomini la propria volontà con i segni, allora come oggi.

Riguardo a questo episodio della malattia e alla prodigiosa guarigione la "Vita Alia" ci descrive in modo dettagliato i particolari:

"Il lattante era divorato dalla febbre e sopra i genitori incombeva il terrore della sua morte. Il volto imperlato di sudore del bambino fa piangere gli astanti ed il padre compie frequenti visite al capezzale del bimbo, che egli ama più di ogni altro figlio. ....I genitori, impietriti dal dolore, recitano assieme e trepidanti una preghiera: non per noi, non per noi, o Signore, viva questo bambino, ma come sacerdote in onore della Madre di Dio egli porti sul suo bel capo il segno (della tonsura). La forza della malattia cessa immediatamente e l’infante guarisce in tutto il corpo."(21)

Il biografo conclude la narrazione dell’episodio della guarigione con una lode alla "bona semper Angelorum Imperatrix Augusta.......che non sa negare a chi con cuore chiede e dal cielo fa scendere la sua benefica opera sulle miserie umane" (22) e termina dicendo: "Splendida stella maris, signasti iam servum Virgo Maria tuum".

Il destino di Vojtech era stato da ora in poi segnato inequivocabilmente dal dito di Dio, attraverso l’intercessione di Sua Madre.

La biografia benedettina è più analitica e narra l’episodio miracoloso con queste parole: "Essendo ancora nella culla, una febbre ardentissima fu per eseguire il desiderio di Giobbe e metterlo nel sepolcro senza che avesse provate le miserie della vita. I suoi genitori, che a meraviglia teneramente lo amavano, lo portarono innanzi allo altare della Santissima Vergine: Gran Dio (dissero versando a torrenti le lacrime), date la vita a questo fanciullo e dateglia perché di questa non si servi che per onorare la vostra Santissima madre; noi rinunziamo a diritti che la natura ci ha dati sopra di lui, e, se voi esaudite i nostri voti, fin da questo stesso momento lo consideraremo come un servo di Maria; non ne avremo più cura pel vantaggio che goderà di essere suo se non perché lo abbiamo messo al mondo. Pronunciate queste parole, cessò la febre e il fanciullo fu in perfetta salute".

Caneparius ci informa che il fanciullo, appena ebbe l’età di apprendere i primi elementi di educazione, "Presbyteros datur in manus".

La biografia benedettina dice che "Corse i suoi primi studi nel palagio di suo padre e, subito che seppe leggere, trovò tanta dolcezza ne’ salmi di Davidde, che imparolli tutti a memoria. Mandato poi alle pubbliche Scuole, in luogo di giocare co’ suoi compagni, si divertiva cantandoli".

Non più la carriera delle armi, dunque, ma quella ecclesiastica si prospettò a Vojtech-Adalberto.

Il figlio di un principe avviato alla carriera ecclesiastica doveva in ogni caso ricevere una educazione speciale che gli permettesse di raggiungere i più altri gradi della carriera stessa, sia per assicurare a sé il proprio avvenire, sia per conferire maggior lustro e vantaggio alla dinastia di provenienza. Non va, poi, dimenticato che, all’epoca, la carriera ecclesiastica non era affatto disgiunta da quella politica e il potere temporale, come quello ecclesiastico, erano strettamente tra loro collegati ed interdipendenti. Il ruolo al quale si aspirava da parte delle casate principesche per i propri rampolli era o il priorato in qualche abbazia, che erano luoghi ricchi non solo di spiritualità ma anche di potenza e di peso politico, o il seggio episcopale. Fin dall’epoca di Carlo Magno, i vescovati erano considerati "onori" appartenenti al Re e dal Re l’investitura a vescovo era concessa al pari di quella a Conte. La Chiesa stessa riconosceva ai sovrani la tutela e la protezione dei vescovati e al momento della nomina a vescovo l’eletto doveva prestare al sovrano giuramento di fedeltà, attraverso il quale diventava un vassallo e riconosceva come unico padrone solo il Re, dal quale a sua volta veniva difeso e protetto. Se non dalle armi, la gloria, la potenza ed il prestigio sarebbero giunti a Vojtech-Adalberto da una appropriata carriera ecclesiastica.

Fu così che, terminati i primi studi, Vojtech-Adalberto, quando ebbe raggiunto il quindicesimo anno di età, venne mandato dal padre nella sassone Magdeburgo a studiare e a ricevere l’educazione necessaria alla programmata carriera ecclesiastica.

La scelta della Sassonia, terra d’origine della dinastia imperiale al potere cui era devota la famiglia di Adalberto, e di Magdeburgo in particolare, dove risiedeva il Vescovo Adalberto amico della famiglia di Slavnik, non dovette essere dettata dal caso, ma probabilmente da considerazioni politiche ben ponderate proprio in vista della futura carriera ecclesiastica di Vojtech. In quel luogo, considerando i possibili prestigiosi contatti, al figlio di Slavnik non sarebbero di certo mancati attenzioni, cure e appoggi, ed anche una approfondita ed opportuna educazione che solo presso le scuole germaniche o latine poteva trovarsi. In quegli stessi anni, un rampollo della famiglia dei Presmylidi, Boleslao, quasi coetaneo di Vojtech, era stato avviato alla carriera ecclesiastica e mandato per l’istruzione necessaria a Ratisbona, che era la sede dell’Arcivescovato dal quale dipendeva la neo costituita sede di Praga.

A Magdeburgo il futuro martire visse per nove anni e studiò sotto la direzione dell’aspro e duro maestro Otrik, Rettore della Scuola Vescovile ed uno degli uomini più dotti e noti del mondo culturale del X secolo, tanto da essere chiamato dai contemporanei "il nuovo Cicerone".

Di questo periodo le fonti non ci danno notizie particolari. Si limitano a dire che a Vojtech venne impartita la tipica istruzione dell’epoca basata sullo studio delle così dette "arti liberali del trivio e del quadrivio". Il "trivium", come dice la parola stessa, comprendeva lo studio di tre materie, cioè tre "arti", che erano la dialettica, la grammatica e la retorica, mentre il "quadrivium" ne comprendeva quattro che erano l’aritmetica, la musica, la geometria e l’astronomia. Alle sette arti liberali si aggiungevano sovente anche gli studi della medicina, del diritto e, immancabilmente, della teologia. Lo studio solitamente era molto pesante ed articolato ed i maestri erano molto severi ed esercitavano sullo scolaro controlli severissimi ed anche potestà punitive e correttive, ma l’uomo del medioevo era avido di conoscenza ed era un infaticabile cultore del sapere. In epoca medievale non è difficile imbattersi in uomini dalla cultura veramente enciclopedica ed anche la stessa civiltà di allora si prodigava perché le scuole fossero molto frequentate e aperte a chiunque. A quei tempi, infatti, sui banchi delle scuole si ammassavano studenti di diversa provenienza ed anche di varia estrazione sociale, tanto che, accanto a figli di nobile casate, non di rado sedevano giovani di umili origini, ai quali, se meritevoli, venivano gratuitamente assicurati gli studi, il vitto e l’alloggio. Chiunque, se dotato di mezzi intellettuali adeguati, poteva aspirare a fortunate e brillanti carriere in ogni campo.

I biografi riferiscono che i maestri di Vojtech dovettero talvolta volta aspramente richiamare il giovane studente ai propri doveri, ma che egli suppliva con naturale vivacità di spirito alla mancanza di zelo. Le fonti tacciono, invece, quasi completamente sui suoi intimi sentimenti, né ci tramandano fatti particolari che possano illuminarci sulla sua personalità in età giovanile, se si eccettua un episodio dal quale potrebbe trarsi una qualche giovanile propensione al misticismo. (23)

In ogni tempo gli studenti sono sempre stati uguali a se stessi e allora possiamo immaginare lo studente Vojtech trascorrere le giornate alle prese con lo studio, la dura disciplina, qualche svago e una gran voglia di crescere.

Un segno significativo della particolare attenzione di cui godeva nell’ambiente di Magdeburgo la famiglia da cui proveniva Vojtech, è la circostanza che proprio a Magdeburgo il giovane ricevette il sacramento della Cresima e dalle mani dello stesso Vescovo Adalberto. All’atto della somministrazione del sacramento il Vescovo impose a Vojtech il proprio nome, sicché d’ora in poi egli sarà per tutti, anche nei secoli futuri, chiamato con il nome di Adalberto. (24)

Al termine degli studi, Adalberto lasciò Magdeburgo e ritornò in patria. Era l’anno 981 e Adalberto aveva circa venticinque anni, pronto a percorrere la carriera ecclesiastica per la quale era stato formato ed educato. Fece appena in tempo a riabbracciare il padre, che morirà l’anno stesso. Alla guida politica della famiglia succederà suo fratello maggiore Sobeslao.