CAPITOLO VI

La conversione.


Ordinato diacono da Titmaro, primo Vescovo della neo Diocesi praghese, Adalberto venne assegnato al clero della Chiesa principale di Praga ed inserito nel Capitolo. Questa nomina e la sua assegnazione alle dirette dipendenze del Vescovo dell’unica Diocesi boema, che era come ogni Diocesi dell’epoca un centro di potere anche politico, oltre che ecclesiastico, fu probabilmente il risultato di un compromesso politico tra la famiglia di Adalberto e quella dei Presmilydi allora regnante a Praga. La nomina ad una carica ecclesiastica di un certo rilievo per quei tempi, visto il prestigio e il potere che comportava, sovente era sempre frutto di studiati accordi tra le famiglie di rango e, nel caso di Adalberto, la regola di certo non subì eccezioni. La sua nomina a diacono e il suo inserimento nel Capitolo della Diocesi dovette costituire solo il primo passo in vista di ulteriori tappe per una carriera ecclesiastica già programmata.

All’interno del Capitolo, che era formato dai vari chierici sotto l’autorità del Vescovo, i diversi componenti ricevevano incarichi speciali ed erano organizzati secondo una precisa gerarchia di funzioni e di dignità. Compito principale del Capitolo era quello di cantare coralmente il divino ufficio, che si celebrava ad ore fisse, cioè alle ore canoniche, onde i chierici che tenevano l’ufficio venivano chiamati anche canonici. Ogni Capitolo aveva un suo capo e diversi dignitari, a ciascuno dei quali veniva affidato un compito particolare. C’era, così, il responsabile della schola cantorum, quello della scuola degli adolescenti, quello posto a capo degli addetti alla redazione delle scritture e dei documenti del vescovato, quello che sovrintendeva alla custodia del tesoro della Cattedrale e alla conservazione degli arredi sacri. La regola generale era che i membri del capitolo dovessero abitare in un chiostro e fare vita comune sotto la direzione e la supremazia indiscussa del Vescovo, il quale, tuttavia, essendo per lo più assorbito dagli affari secolari, finiva con l’affidare la gestione religiosa e pastorale della Diocesi a dignitari canonici facenti parte del Capitolo. Comunque, la regola di vivere nel chiostro e di usare del dormitorio e del refettorio comuni subiva spesso eccezioni, sicché non rari erano i casi in cui si permetteva ai chierici, specie se di nobili ed influenti famiglie, di avere abitazioni proprie all’interno del chiostro.

Forse questa dovette essere la condizione di Adalberto, se diamo credito a quanto ci dicono le fonti biografiche. Da esse apprendiamo, infatti, che Adalberto era dedito alla vita mondana, alla spensieratezza e ai piaceri della vita, amante della pompa esteriore con cui di solito amavano circondarsi i potenti e gli ecclesiastici di rango, e di cui il popolo non si scandalizzava affatto. Né c’è troppo da meravigliarsi di quello stile di vita, se solo pensiamo che i movimenti moralizzatori della Chiesa erano a quei tempi appena ai primi passi e se consideriamo che la maggioranza della popolazione di quei paesi, compresi i maggiorenti, era ancora legata a non del tutto abbandonati modi tribali di vita. Il fatto che i capi della nazione fossero battezzati e si dicessero cristiani non comportava di certo anche il totale e subitaneo abbandono da parte loro, e di tutto il popolo, delle antiche abitudini e credenze ancora fortemente radicate nella psiche e nella cultura di ognuno.

I biografi descrivono Adalberto giovane canonico a Praga come "......uomo ...persino licenzioso, che si perde nelle delizie terrene e si trastulla in puerili giochi, mangia e beve. (25)

E’ probabile che egli godesse all’interno del Capitolo di particolari libertà ed attenzioni, così come è possibile che gli fossero state attribuite anche mansioni di un certo rilievo, in considerazione della sua nobile nascita. Egli, come del resto tutti i canonici, seguiva il Vescovo e gli era vicino e tale vicinanza, in un momento tragico per Titmaro, sarà per il ventiseienne Adalberto motivo offerto dalla Provvidenza per l’improvviso e totale cambiamento della sua vita. Adalberto, infatti, assistette alla morte del suo Vescovo avvenuta a Praga il 2 gennaio 982.

La vita benedettina edita a Venezia nel 1727 così narra l’episodio:

"Adalberto gustava già i piaceri della voluttà e cominciava a cercare la gloria del mondo; ma non fu lungo il suo traviamento e la morte del Vescovo di Praga, alla quale si trovò presente, fermò i di lui disordini. Questo infelice prelato vicino a spirare vide i Demoni sotto orribili figure, che aspettavano il fine della di lui vita per strascinarne l’anima allo inferno. Questo aspetto, e molto più quello delle sue colpe, gli fecero dire queste parole interrotte da mille sospiri: Disgraziato che io sono! Quale strano cambiamento da quello ch’io era in quello che or sono! Volesse Dio che, in vece della sedia che ho sì indegnamente occupata, avessi passati i miei giorni in alcuna rimota solitudine piangendo i miei peccati e scancellandoli con una seria penitenza; il tempo passato non ritornerà più in me. Io sono ireparabilmente perduto, precipito nell’inferno dove il sangue di Gesù Cristo non opera la redenzione degli schiavi, che ivi sono in catene. La memoria dell’onore, delle ricchezze, de’ piaceri, da me fatti miei idoli, sarà sempre il mio tormento. O vanità bugiarda che mi hai sedotto! Ah! Che io mi prometteva lunghi anni e non posso impetrare un momento. La morte mi ha sorpreso quando meno vi pensava. Avrei alcuna speranza di soddisfare al mio Giudice con un vero pentimento se non avessi a rispondergli che per le mie colpe. La moltitudine di quelle del mio popolo mi opprime. Ben conobbi che egli non segue altra legge che quella della di lui concupiscenza, che il Demonio è il suo Padrone ed io mi tacqui. Infelice me! Per quella ragione io sono dannato. Le fiamme divoratrici dello Inferno mi arderanno per sempre, senza che io possa nella eternità di secoli infiniti e tra tormenti inesplicabili ottenere un momento di riposo. Spirò proferendo queste ultime parole. Non può spiegarsi il giusto timore che un fine sì disgraziato cagionò nell’anima di tutti gli astanti; ciascheduno impallidì per lo spavento.......Il giovane Adalberto presente allo spettacolo non solo fu sorpreso dal timore, ma tocco da un vero pentimento delle passate sue colpe. In quella stessa notte si vestì di ciliccio, pose la cenere sul suo capo e visitò tutti i santuari della Città per domandare a Dio misericordia. La sua conversione operatasi in un momento, come quella del grande Apostolo, imita le circostanze della medesima; imperciocchè, se fu subitanea, fu anche intera e perseverante. Dio lo dispose in quello stesso momento a servire utilmente alla Chiesa e gli apparecchiò gli esercizi di pazienza che lo fecero capace del martirio".

Con scultorea incisività, la "Vita alia" dice che a causa delle circostanze di quella morte Adalberto "Exinde emendare mores.......desideria carnis igne divini amoris excoquere coepit (incominciò da subito a correggere i costumi e a soffocare i desideri della carne col fuoco dell’amore di Dio)".

La morte tragica del suo vescovo aprì ad Adalberto la strada della sua vita.