CAPITOLO VII
Vescovo di Praga.
Dopo la morte del primo vescovo di Praga, le fonti ci dicono che la scelta del successore cadde su Adalberto. Non sappiamo, però, se questa scelta fosse stata a lui gradita, né se egli avesse partecipato attivamente in qualche modo per provocarla o favorirla. Dal racconto sulla morte di Titmaro tratto dalla fonte benedettina possiamo ricavare che lo stato psicologico di Adalberto in quel momento era orientato al perseguimento di ideali ascetici e spirituali, piuttosto che alla ricerca del potere e degli onori, ma ciò non significa che egli non abbia comunque potuto accettare di buon grado la nomina offertagli. Certo, nella elezione, vista la posta in gioco per gli equilibri politici, dovettero pesare molto la posizione di potere e di prestigio di cui godeva la famiglia, ai cui interessi la nomina a vescovo di un proprio familiare non poteva dirsi di certo estranea.
A quei tempi, il vescovo era non solo il padrone assoluto della sua Chiesa per tutto il tempo in cui manteneva la carica, ma era anche il titolare di un "honor" che accumulava in sé funzioni spirituali, ricchezze e potere temporali.
E’ probabile che Adalberto, proprio per la sua appartenenza ad una famiglia potente e coinvolta nella vita pubblica al massimo grado, possa essersi trovato suo malgrado implicato nella vicenda della nomina senza una sua diretta personale volontà.
Quando venne eletto vescovo egli aveva appena ventisette anni e non aveva ancora raggiunta l’età richiesta dalla legge ecclesiastica. Questa circostanza depone a favore della tesi che la nomina possa essere stata il frutto di un compromesso politico tra la sua famiglia e quella dei Presmylidi, giocato sulla persona di Adalberto senza egli vi partecipasse apertamente.
La biografia benedettina, più agiografica che storica, dice che "Adalberto, essendo ancora un neofito nella nuova sua vita, e colla molteplicità degli atti non avendo ancora acquistato lo abito della virtù nella sua anima, fu eletto Vescovo di Praga e successore a quel disgraziato....Questa elezione il fece tremare, ma furono inutili tutti gli sforzi che fece per sottrarsene. Restò fermo il clero nella sua risoluzione e fu egli obbligato a sottomettersi".
La biografia più antica, quella tramandataci dalla penna del monaco Caneparius, più attendibile per le fonti coeve cui attinge, ci informa che la nomina avvenne nel giorno di domenica e che fu il risultato di una comune volontà sia del popolo che dei potenti.
L’avvenimento ci viene riferito con queste parole: " Invero, dopo la morte del Vescovo, avvenuta non lontano da Praga, si riunì il Principe di quella regione assieme al popolo desolato e fu fatta una diligente ricerca su chi potesse succedergli. Tutti ad una sola voce risposero: chi altri se non il nostro conterraneo Adalberto, per il quale depongono le azioni svolte, la nobiltà, le ricchezze e la considerazione?" (26)
Il racconto sopra riportato dell’elezione a vescovo di Adalberto può in qualche modo illuminarci a chiarire alcune delle motivazioni di quella scelta. La fonte parla di "diligens inquisitio" e ciò fa pensare ad una elezione dettata da oculati e meditati compromessi politici tra le famiglie al potere. La stessa fonte pone l’accento che la scelta cadde su Adalberto perché "indigena noster", e ciò fa supporre che l’elezione di un boemo al posto del predecessore tedesco sottendesse una certa intolleranza alla tutela imperiale germanica sul paese, sentita soprattutto dalla dinastia dei Pesmylidi, che acconsentirono alla nomina di Adalberto, che era boemo, considerandolo come un male minore. La fonte, infine, mette in rilievo che Adalberto venne nominato vescovo anche per la sua condotta di vita (actus ac vita), e ciò ci spinge a credere che la personale considerazione guadagnata dopo la conversione non sia stata del tutto estranea alla elezione.
Come dimostreranno gli avvenimenti futuri, all’importante e pesante incarico Adalberto si accostò da subito con l’animo del pastore, scevro da ogni concezione di potere e prestigio mondani.
Secondo il diritto di allora, la semplice elezione non era sufficiente ad immettere l’eletto nella pienezza della carica. Occorrevano l’investitura e la consacrazione. Quest’ultima aveva natura ecclesiale ed era compito che l’autorità religiosa affidava, di solito, al metropolita da cui la sede vescovile dipendeva. La prima, invece, aveva il compito di immettere materialmente l’eletto nel possesso e godimento di tutti gli "honores" temporali che la carica comportava. L’investitura era di esclusiva competenza del principe e si concretava in una cerimonia pubblica ricca di pregnanti significati giuridici e politici. Il vescovato era un dono offerto dal principe ad un suddito a lui fedele e comportava per il chiamato l’immissione nel possesso dei beni temporali di spettanza del vescovato stesso, nonché l’assunzione da parte del nominato della qualità di vassallo del principe, cui era dovuto il giuramento di fedeltà. L’immissione materiale nel possesso dei beni e delle potestà (traditio) avveniva, secondo il tradizionale diritto romano ancora vigente, attraverso la concreta consegna dell’oggetto del possesso o di un simbolo che lo rappresentasse. Per trasferire la proprietà di un terreno, ad esempio, si soleva consegnare all’acquirente una festuca di paglia, un ramoscello o qualcosa che richiamasse un prodotto di quel fondo, di modo che, trasferendosi il simbolo, si operava contestualmente il trasferimento del bene. Poiché con l’episcopato si consegnavano all’eletto tutte le potestà sul complesso dei beni materiali costituenti la dotazione temporale di esso, nella simbologia del tempo al vescovo nominato veniva fatta la "traditio" dei poteri mediante la consegna del bastone temporale, simbolo del potere (baculum). Con l’espressione "accipe baculum (prendi il bastone)", pronunciata sia dal vescovo che dal principe, veniva al nuovo eletto trasmesso in un sol colpo tutto il complesso dei beni, delle potestà e degli onori che costituivano l’episcopato.
Assieme al bastone, segno del potere episcopale, veniva consegnato anche l’anello quale simbolo del vincolo che con la nomina l’eletto contraeva con il Principe e con la Chiesa.
Sinonimo della "traditio" è il termine "investitura", con il quale si intendeva dire che il nominato veniva rivestito della carica come di un abito che si indossava. L’investitura concessa dal principe, cui l’eletto doveva obbedienza e fedeltà di vassallo, rappresentava un enorme potere temporale che limitava quello della Chiesa e, nel tentativo di eliminare questa ingerenza, il secolo XI si caratterizzerà con le cruente lotte che opporranno Impero e Papato.
Adalberto partì da Praga per l’Italia, dove a Verona ricevette l’investitura il 3 giugno del 983 direttamente dalle mani dell’Imperatore Ottone II, che era reduce dalla campagna militare contro i Saraceni. In quello stesso mese, nel giorno dei Santi Pietro e Paolo, l’Arcivescovo di Magonza Willigis lo consacrò Vescovo.
Queste notizie ci provengono dalla biografia di Canepario, che ci parla anche della delegazione che accompagnò Adalberto a Verona e che fu inviata dal principe di Boemia per chiedere all’Imperatore, secondo il diritto, l’approvazione della nomina.
Su questo episodio l’agiografia benedettina scrive: "Volendo i Boemi che lo Imperatore Ottone II confermasse la elezione di S. Adalberto, mandarono i loro diputati in Italia, dove allora si trovava. Questi lo supplicarono ad aggradire la elezione, che fatt’avevano del nuovo Vescovo quivi presente, ed egli ne mostrò molta soddisfazione dandogli il bastone pastorale e mandolo poscia a Magonza perché fosse consegrato dallo Arcivescovo Metropolitano il giorno de’ Principi degli Apostoli San Pietro e San Paolo".
E’ comunque certo che Adalberto ricevette la consacrazione dal Vescovo di Magonza non in questa città, ma a Verona stessa. (27)
Adalberto non rientrò subito a Praga, ma da Verona si recò a Pavia, dove volle incontrare l’Abate di Cluny Majolo, che in quel tempo era il massimo rappresentante della riforma monastica che i benedettini stavano portando avanti in tutta l’Europa e che incominciava a dare i suoi frutti per la rinascita spirituale e culturale della Chiesa ed anche della società civile. Il colloquio di Adalberto con il monaco benedettino più famoso e prestigioso del momento valse senz’altro a rafforzare in lui i propositi della conversione seguita alla morte tragica del Vescovo Titmaro e certo corroborò la sua trasformazione e maturazione spirituale. Questo colloquio è chiara testimonianza della solidità della conversione operatasi in Adalberto, che aveva aderito alla spiritualità benedettina.
Il movimento cluniacense benedettino era nato nei primi anni del X secolo a seguito della fondazione a Cluny, in Francia, di un monastero di spiritualità benedettina voluto da Guglielmo d’Aquitania e da lui dotato di terre e beni (28); in pochi anni si era rapidamente diffuso in tutte le regioni dell’Europa occidentale e stava raggiungendo anche quelle orientali.
La giornata del monaco trascorreva secondo il ritmo stabilito dalla regola di S. Benedetto ed era suddivisa in ore riservate al lavoro, agli uffici divini e alla preghiera, che era predominante. Ciò che caratterizzava la spiritualità cluniacense, oltre alla pratiche dell’umiltà e dell’obbedienza, era soprattutto quella del raccoglimento, che si poteva ottenere per mezzo della preghiera costante e del silenzio. Il monaco cluniacense era essenzialmente un uomo di preghiera e di pietà, non un eremita, né un penitente e, essendo anche un sacerdote, non viveva esclusivamente nel cenobio, ma poteva godere anche di una certa libertà di movimento. Il suo spirito era rivolto all’esecuzione di opere pie e si alimentava più di meditazioni intellettuali che di lavori manuali, più di carità verso i bisognosi che di misticismo fondato sull’ascesi e la mortificazione.
Il movimento si era in breve tempo dilatato un po’ ovunque per merito della forza intrinseca alla sua spiritualità, ma anche per l’instancabile ed intelligente opera dei primi due Abati, Bernone e Oddone. Il loro successore, Maiolo, continuò egregiamente l’opera di organizzazione, di diffusione e di propaganda.
Quando Maiolo incontrò a Pavia Adalberto, certo non mancò di interessarlo ulteriormente agli ideali cluniacensi e la forte eloquenza dell’Abate, unita al carisma della sua personalità, dovette lasciare nel neo eletto vescovo, psicologicamente e spiritualmente già predisposto, una impronta indelebile. Per tutto il resto della sua vita Adalberto fu, soprattutto, un monaco benedettino dalla spiritualità cluniacense.
Finalmente Adalberto ritornò a Praga e vi entrò come vescovo.
In vista della città, dicono le fonti, egli scese da cavallo e fece ingresso nella Cattedrale a piedi nudi, indifferente al giubilo generale, ma col fermo proposito di essere per i suoi fedeli un pastore ideale. (29)
Sull’attività di Adalberto a Praga come amministratore dei beni temporali del suo vescovato, i biografi Canepario e Bruno di Quefurt ci danno poche notizie. A questi biografi, monaci benedettini anch’essi e quindi poco inclini ad occuparsi di fatti amministrativi o politici, interessava soprattutto porre l’accento sugli aspetti pastorali e spirituali dell’attività del vescovo. Essi ci informano che Adalberto ogni giorno officiava i sacri ministeri nell’Episcopio e che non trascurava le opere di misericordia, verso le quali era prodigo.
La biografia-agiografia benedettina pubblicata nel 1727, riportando notizie tratte dalle antiche biografie, riferisce che Adalberto "circa l’amministrazione delle rendite del suo vescovado distribuille in quattro parti: la prima per mantenimento dello altare, la seconda per li Canonici, la terza per i poveri, la quarta per la sua famiglia."
Tuttavia, questa opera pone specialmente l’accento sugli aspetti pastorali dell’attività di Adalberto, del quale dice:
"Ogni giorno dava da mangiare a dodeci poveri in onore de’ dodici Apostoli, ai quali serviva egli stesso alla tavola. Non mangiava che una volta il giorno, la sera; levava ogni notte al mattutino per dire il suo uffizio; dormiva in terra sopra un siliccio, quantunque avesse un letto nella sua camera per nascondere le sue austerità a quelli che il visitavano. Osservava il silenzio de’ monaci dopo compieta fino a prima del giorno seguente, e dopo di avere soddisfatto ai suoi doveri con Dio dava udienza al suo popolo componendo le loro liti e faceva alcune conferenze spirituali cogli ecclesiastici della sua Cattedrale. Essendo una sera in orazione, udì un povero che dolevasi al sommo della sua estrema miseria, ed avendone il Santo pietà e nulla avendo che dargli, prese un guancialetto di seta e glielo donò, non potendo tollerare che un viandante fosse privo degli effetti della sua misericordia".
Il ritratto che risalta da queste notizie è quello di un vescovo attento alle necessità del popolo, alieno dalle pompe ufficiali e intensamente conscio dei propri doveri sacerdotali e pastorali. Adalberto è rappresentato come colui che rifugge dalle esteriorità mondane che la carica gli avrebbe permesso e che nella mentalità e nei costumi del tempo erano frequentemente connessi con il potere anche temporale, che il vescovo esercitava e di cui godeva.
Non erano infrequenti in quel periodo figure di alti prelati che si comportavano come i laici ed anche peggio. Odilone di Cluny aveva stigmatizzato certi atteggiamenti di vescovi francesi che "mangiano carne e si cibano solo d’alterigia, sazi di avarizia, vogliosi, irosi, invidiosi e non casti". (30) Né era infrequente che alcuni vescovi ospitassero nelle stanze del palazzo vescovile un’amante o che altri fossero dediti più ai banchetti, alla caccia ed ai piaceri, che alle funzioni religiose.
Adalberto, invece, si comportava come un monaco che aveva accettato la spiritualità di Cluny e che viveva intensamente una sua conversione e una tensione spirituali, che si nutrivano della rinuncia ad ogni piacere terreno e la cui sola contropartita stava nella soddisfazione di essere in profonda intimità con il soprannaturale.
Ma l’attività di un vescovo dell’epoca era anche attività di rapporti con la classe dirigente e di certo Adalberto dovette occuparsi di problemi politici, oltre che questioni di amministrazione e di gestione dei beni temporali della Chiesa. Si è detto che la sua elezione a vescovo probabilmente fu il frutto di un compromesso politico tra la sua famiglia e quella dei Premislydi e tale circostanza, più che rafforzare la sua azione, finì con l’essere un limite che col tempo finì per condizionarla.
Adalberto governò la sua Diocesi per sette anni e i biografi mettono in evidenza che egli trovò sul suo cammino molti ostacoli, sia da parte dei potenti che da parte del clero. Questo cominciò ad opporsi al suo vescovo per i reiterati tentativi che egli faceva di moralizzarne la vita ed i costumi, avendo Adalberto iniziato vivamente a combattere soprattutto contro la pratica del concubinato e del matrimonio dei preti.
La biografia-agiografia benedettina dice a proposito: "Quantunque fosse sì esemplare la vita di questo gran Santo, e che faticasse con una meravigliosa diligenza per la conversione del suo popolo,il frutto non corrispose alla sua fatica; vi trovò un clero dissoluto, Sacerdoti che aborrivano il celibato, che non potevano risolversi a vivere senza moglie, quantunque dalla santità del loro ministero fossero obbligati ad imitare la purità degli Angeli. La corruzione de’ Leviti era passata nel popolo con una tacita permissione, che non assegnava confini alla sregolatezza; e non contenti di avere una moglie leggitima, ne mantenevano molte".
Il contrasto si fece sempre più aspro e la contrapposizione via via più dura. I biografi riferiscono che i nobili incitavano i preti a non ascoltare le esortazioni del vescovo ed i preti, scontenti delle riforme ecclesiastiche e protetti dai nobili, incitavano i ricchi a non pagare al vescovo le decime.
L’altro contrasto, che oppose Adalberto alla nobile e ricca classe boema, fu la questione della vendita agli ebrei di prigionieri di guerra cristiani. A quei tempi Praga era, infatti, uno dei più grandi mercati di schiavi d’Europa e gli ebrei del posto rifornivano i mercati arabi di merce umana. Contro questa odiosa pratica si levò aspramente il vescovo.
La biografia di Canepario riporta il racconto di un sogno avuto da Adalberto: "Nel sonno gli apparve il Signore svegliandolo ed invitandolo ad alzarsi. Chi sei tu che con tanta autorità mi ordini di infrangere il mio riposo? Rispose: Io sono Gesù Cristo che vengo venduto e sono di nuovo venduto ai Giudei, e tu dormi?
Svegliatosi, Adalberto medita di non divulgare a nessuno questa visione, ma si rivolge per avere consiglio all’amico Villicone, che tra tutti i membri del Capitolo era il più insigne, e gli espone la visione. Gli rispose quel saggio uomo: Quando i cristiani vengono venduti agli Ebrei, è come se fosse venduto Gesù Cristo stesso". (31)
La lotta con il clero e con i mercanti fu, tuttavia, vana, tanto che, trovatosi in grosse difficoltà, Adalberto fu costretto a lasciare Praga. Le biografie coeve, ed anche quella benedettina del 1727, sembrano accreditare la tesi che Adalberto si risolse ad abbandonare la sede del suo vescovato per l’ostilità derivante dalle sue posizioni in ordine alla moralizzazione del clero e alla lotta contro il mercato degli schiavi. E’ possibile che tali questioni possano avere avuto il loro peso nella decisione del vescovo, ma si finirebbe con fargli torto se ci si limitasse a queste cause solamente. La immoralità del clero non era un fatto esclusivo della Chiesa boema. In tutta Europa la pratica del celibato dei preti era decaduta da tempo e nessuno si scandalizzava più di tanto se essi tenevano in casa mogli o concubine. Anche la pratica della vendita di cristiani agli Ebrei, per quanto stigmatizzata dalla Chiesa, tuttavia era prassi comune e da tempo praticata e di fatto accettata.
Di certo qualcosa di più grave e radicale deve essersi verificato, se Adalberto si risolse a prendere una decisione molto grave come quella di abbandonare la sede pastorale di sua iniziativa e senza il consenso papale. Le ragioni vere devono essere ricercate in motivazioni di ordine politico. Sappiamo che la nomina a vescovo era stata il frutto di un compromesso tra la famiglia di Adalberto e quella rivale dei Premislydi che governava Praga. Qualcosa deve aver rotto l’equilibrio che fino ad allora aveva reso operante quel compromesso e supportato l’attività pastorale di Adalberto.
Le fonti antiche ci fanno sapere che Adalberto, prima di lasciare la sua città, tentò di offrire la propria carica di Vescovo al fratello di Boleslao che allora, quale esponente della famiglia dei Presmylidi, governava Praga, ma l’offerta non venne accettata. Sappiamo ancora che a quei tempi Boleslao era in guerra con la Polonia, i cui territori confinavano con le regioni governate dalla famiglia di Adalberto, la quale evidentemente era contraria a quella guerra, che direttamente minacciava i suoi possedimenti. E’ probabile che quei prigionieri cristiani che venivano venduti agli Ebrei fossero i prigionieri Polacchi caduti in mano ai soldati di Boleslao e che la famiglia di Adalberto aveva interesse a riscattare per rendersi amica la Polonia e tenerla così lontana dai propri territori.
Tutto questo fa supporre che il contrasto politico tra le famiglie sia stata la causa profonda della decisione del Vescovo di abbandonare Praga, avendo considerato che il suo permanere sarebbe stato, non solo inutile, ma forse anche dannoso per la pace del paese.
Quando il contrasto risultò insanabile, Adalberto, che aveva tentato di risolverlo offrendo addirittura la propria carica, ebbe coscienza che la sua azione pastorale non avrebbe avuto più alcuna possibilità di estrinsercarsi. Da qui, con realismo, la decisione di allontanarsi da Praga. Certo questa decisione dovette moltissimo costare ad Adalberto, che era conscio dei propri doveri; ma il suo realismo depone a proprio favore e fuga quelle interpretazioni che vorrebbero Adalberto incline ad abbandonare l’alto ufficio solo perché desiderava la pace del chiostro e non aveva il coraggio o la capacità di affrontare le difficoltà.
Semplifica, quindi, il biografo della "Vite de’ Santi dell’Ordine di S. Benedetto", quando scrive che. "Il S. Prelato fece tutti gli sforzi per correggere queste delinquenze, ma senza profitto, così che vedendo inutili le sue fatiche e che il male andava più che mai crescendo, abbandonò questa Babilonia e partissi per andare a rendere conto a Papa Benedetto VII dello stato della sua Chiesa."
Era l’anno 990.