CAPITOLO VIII

Il primo periodo romano

 


Una delle strade che nel medioevo i pellegrini percorrevano per raggiungere Roma, o Gerusalemme, dalla Boemia attraversava il Friuli. (32) Lungo tale strada numerosissimi erano i posti di sosta e tra questi molte erano le Abbazie benedettine. Una di queste, non lontana da Cormòns, era l’Abbazia di Rosazzo, che possedeva beni nel territorio di Cormòns.

Noi non sappiamo quale strada percorse Adalberto da Praga a Roma, ma ci piace per un momento immaginare che egli possa aver scelto quella che gli avrebbe permesso di posare gli occhi sulle pendici del monte Quarin. E’ probabile che egli passò da Ravenna, dove S. Romualdo, futuro fondatore del monastero benedettino di Camaldoli, viveva ed operava in una isola formata dal delta del Po, detta Pereum, dove tuttora esiste un paese chiamato S. Alberto, evidente contrazione dell’originario nome di S. Adalberto.

Il vescovo raggiunse Roma in compagnia del fratello Gaudenzio, con lo scopo di informare il Papa dell’accaduto, di chiedergli di accettare le sue dimissioni da vescovo e di autorizzarlo a compiere un pellegrinaggio in Terra Santa, dove desiderava stabilirsi. Il Papa non accettò le dimissioni, ma gli permise di compiere il viaggio e di dedicarsi alla vita ascetica.

Canepario ci informa che in quei giorni era a Roma l’Imperatrice Teofane, vedova dell’imperatore Ottone II e madre del giovane Imperatore Ottone III. Quando l’Imperatrice seppe della presenza del vescovo e della sua intenzione di farsi pellegrino, gli donò tanto oro ed argento che a stento poteva essere trasportato. Ma Adalberto, preso il denaro per non offendere l’augusta sovrana, segretamente lo distribuì ai poveri la notte seguente, non trattenendo nulla per sé.

Licenziata la delegazione che lo aveva accompagnato e dimesso l’abito vescovile, in sella ad un asino ed in compagnia di tre amici si incamminò verso Montecassino in attesa dell’imbarco per la Terra Santa. Nell’antica abbazia benedettina Adalberto volle essere accolto come un umile pellegrino. A nessuno manifestò la propria identità, ma i monaci, quando si accorsero che il nuovo venuto era un vescovo, pretesero che egli come tale si comportasse e gli chiesero di consacrare una loro chiesa recentemente costruita.

L’antica biografia manifesta la reazione di Adalberto a questa proposta: "Mi considerate un uomo o un asino? Io che ho abbandonato come vescovo il mio popolo ora dovrei consacrare la vostra chiesa come Vescovo?".

Abbandonò subito Monteccasino e si diresse a Valleluce, una località in montagna situata a circa 8 chilometri dal monastero, dove viveva allora il monaco greco Nilo già ultraottantenne e famoso per il suo ascetismo. (33) Su Adalberto Nilo fece una grande impressione, tanto che gli chiese di poter rimanere con lui. Ma Nilo non accettò che si trattenesse, "temendo di offendere i figlioli di S. Benedetto, levando dall’ordine loro una persona sì ragguardevole"(34)

Gli consegnò, invece, una lettera di presentazione per il priore del monastero romano dei Santi Alessio e Bonifacio, dove lo invitò a recarsi, avendo ormai Adalberto rinunciato al suo viaggio in Oriente.

Le fonti tacciono sul perché egli si risolse a non intraprendere più il viaggio in terra santa, ma questa decisione scaturì probabilmente a seguito dei colloqui avuti con Nilo, che lo convinse a rimanere in Italia e a perfezionare nel monastero romano la propria vocazione e spiritualità benedettina, piuttosto che recarsi lontano e condurre una vita eremitica che non gli si confaceva.

Questa Abbazia, che si trovava sul colle Aventino, rappresentava in Italia uno dei fulcri del movimento di riforma del monachesimo benedettino e l’Abate Leone, priore del monastero, era uno dei principali propagatori di questo movimento di riforma.

Adalberto, dice la biografia benedettina, "ricorse.....a S. Lione Abate del Monastero de’ S.S. Bonifazio ed Alessio e presentogli le lettere del Venerabile Nilo, che contenevano gli attestati del di lui merito. Quantunque all’autorità di un uomo sì intelligente in questo proposito prestasse Lione una intera credenza, giudicò tuttavia bene lo ubbidire alla Regola da se professata, e predire a questo supplichevole le cose dure, ed aspre, per le quali si va a Dio. Accolselo con volto severo, con parole aspre e con minacce sì spaventose, che Adalberto avrebbe senza dubbio rinunziato al suo disegno, se lo amore degli strapazzi cercato da S. Benedetto nei suoi discepoli non fosse stato il fondamento della sua supplica come eralo stato della sua fuga da Monte Cassino.

Dopo di questa prima prova, gli si permise lo ingresso nel Chiostro senza però che gli si desse lo abito, finchè non se ne consultasse il Papa e si sentisse da Sua Santità se fosse bene che un Vescovo di tale importanza diventasse un semplice Monaco.

Il Papa ammirò ed approvò la sua umiltà e Adalberto vestì lo abito di S. Benedetto il Giovedì Santo in compagnia del divoto Gaudenzio suo fratello ed amico fedele, che seguillo in tutt’i i suoi viaggi."

Nel monastero Adalberto fece ingresso come semplice monaco, rinunciando a qualsiasi particolare dignità, ben conscio di quali fossero i doveri di un monaco benedettino. (35)

I biografi descrivono la vita di Adalberto nel monastero, mettendone in evidenza l’umiltà, l’obbedienza e la stretta osservanza della regola benedettina.

Sempre tratta dalla "Vita dei Santi dell’Ordine di S. Benedetto" leggiamo questa testimonianza: "Il primo impiego che lo Abate diede a questo novizio fu di servire alla cucina, cavar l’acqua e lavare i piedi a’ Monaci, perché egli, che avea comandato a popoli nello alto grado di Vescovo, si stimasse lo ultimo della Comunità."....Nienti avvi di più maraviglioso nella vita di questo gran Santo, che la profonda umiltà praticata in cinque anni, che dimorò nella Badia di S. Bonifazio; studiò tutti i punti della Regola che potevano mortificare lo spirito per ridurre il suo alla simplicità di un fanciullo. Quando aveva alcuna tentazione scuoprivala al suo Abate in termini sì modesti che il solo spirito di Dio poteva ispirargliene la condotta, che certamente non imparasi nelle Accademie del Mondo ".

Questa poetica biografia si occupa diffusamente dei momenti di vita trascorsi da Adalberto nel monastero e si compiace anche di tramandare anche alcuni miracoli verificatisi nell’Abbazia a lui attribuiti. Uno di questi ha per protagonista addirittura il demonio che, invidioso del Santo, per intaccarne l’umiltà e la pazienza si tramutava spesso in un cane nero che sempre si inframmetteva tra le gambe del monaco per farlo cadere e fargli rompere le stoviglie cui stava accudendo.

"Questo giuoco"....scrive il biografo-agiografo, "durò lungamente e il nostro povero cuoco era sempre ai piedi dell’Abate a dire sua colpa e a domandare la penitenza.......Finalmente, non volendo Nostro Signore che una virtù accompagnata da tanta perseveranza restasse più lungamente occulta, permise che un giorno il Papa si trovasse nel Monastero e che il Santo gli portasse un bicchiere di cristallo pieno di vino: il Demonio glie lo fece cadere secondo il suo solito. Tutti gli astanti udirono lo strepito del vetro, ma questo non si ruppe, né si versò il vino, sicché il nimico vedendo che era andato a male il suo disegno e che ognuno ammirava il miracolo e ne dava lode al servo di Dio, restò confuso e non più tormentollo"

Adalberto guarì anche una nobildonna romana e la figlia del prefetto della città. I due episodi sono così narrati nella biografia benedettina: "Una dama di qualità essendo venuta al Monastero a fare le sue devozioni, S. Adalberto ricevette l’ordine di apparecchiarle il mangiare essendo troppo lontana la di lei casa per ritornare digiuna. Il Santo fece il segno della croce sul pane, che offersele, quantunque fossero sette anni che non mangiava pane, come pure nessun cibo comune per infermità, ne mangiò in quel giorno, e ritornò a casa perfettamente sana. Guarì anche la figliola del prefetto della Città di febre ardente, avendole fatta una visita."

Sul colle Aventino Adalberto visse nascostamente e umilmente fino al 995 nel monastero dei SS. Alessio e Bonifacio e qui finalmente riuscì a realizzare il suo ideale di ascesi e di vita contemplativa secondo la regola di Benedetto.

La biografia di Bruno de Quefurt, a proposito di questo periodo romano, annota che Adalberto "dimenticò di essere stato vescovo e si fece piccolo in mezzo ai confratelli, .....mai dalla sua bocca uscì mormorazione alcuna...e ai rimproveri dell’abate rispondeva con pazienza......era felice per qualunque lavoro, sia di poco conto che importante, ma era pronto ad ubbidire ai più umili." (36)

Ma nel 995 giunse a Roma una ambasceria dalla Boemia con l’intento di reclamare al Papa il ritorno a Praga del Vescovo. Non sappiamo con certezza perché si giunse all’invio della ambasceria.

Probabilmente la situazione interna del paese era nel frattempo cambiata ed erano venuti meno i motivi che avevano costretto Adalberto ad abbandonare due anni prima la sua sede. Le fonti non ne parlano, ma l’ipotesi sopra espressa sembra avvalorata dalla circostanza che la lettera contenente la richiesta del ritorno portava la firma sia del fratello di Adalberto, sia del monaco Strachkavas-Cristiano, che era il fratello del duca boemo e la persona cui Adalberto aveva offerto la successione sul seggio praghese. Il fatto che la richiesta fosse firmata dai due più influenti membri delle famiglie rivali fa supporre che le loro discordie fossero superate e così pure le ragioni che avevano costretto Adalberto ad abbandonare Praga. Nella lettera si invocava non solo il ritorno, ma si prometteva che, se il vescovo fosse rientrato, il popolo avrebbe emendato la propria condotta.

Bruno de Quefurt dice che Adalberto tentò di opporsi al ritorno, ma il Papa convocò un Sinodo che ordinò ad Adalberto di ritornare. Il vescovo, come mette in evidenza la biografia scritta da Canepario, "non tanto per sua volontà, quanto per ordine di Dio fece ritorno". Questa riluttanza al rientro è stata interpretata da alcuni storici come ritrosia ad abbandonare uno stile di vita monacale, cui Adalberto intendeva restare fedele e dal quale non voleva distaccarsi. In realtà, come dimostreranno poi i fatti accaduti dopo il rientro a Praga, Adalberto aveva forti dubbi sulla sincerità della richiesta e, ben conoscendo la città, i suoi capi ed il popolo, nutriva timori sull’opportunità del proprio rientro.

C’è la convinzione che anche in questa occasione Adalberto seppe con lucidità guardare alla realtà. Egli, costretto dal Sinodo, per il suo ritorno pose due condizioni: la prima fu che il popolo si impegnasse ad emendare i costumi e si adeguasse alle disposizioni della legge divina; la seconda fu che gli fosse consentito di fondare nei pressi di Praga un monastero benedettino aperto alle riforme ecclesiastiche.

Dall’analisi delle particolari richieste si può arguire che ad Adalberto stavano a cuore fondamentalmente due cose: che gli fosse assicurata la libertà di azione pastorale e che nell’espletamento di questa azione egli potesse giovarsi di monaci a lui fedeli e capaci di sostenerlo nell’attività di evangelizzazione da lui considerata l’unica capace di rinnovare i costumi della gente. Pare che queste condizioni siano state accettate e su questo presupposto egli si decise a partire.

La biografia benedettina annota che "il servo di Dio lasciò il suo monastero colla stessa amarezza con che i primi nostri padri uscirono dal Paradiso Terrestre".

Non ci è difficile immaginare la tristezza di Adalberto nel lasciare il monastero, nel quale aveva potuto trovare la pace dello spirito, ma possiamo anche immaginare che in lui albergasse la speranza di poter finalmente agire nella sua terra secondo i suoi più profondi sentimenti.

Egli rientrò, dunque, a Praga dopo cinque anni di assenza, ma vi trovò una situazione non dissimile da quella che vi aveva lasciato.

La fonte benedettina così descrive il suo ingresso nella città: "Era un giorno di Domenica, eppure vi trovò un pubblico ricco mercato, nel quale tutti vendevano e compravano senza rispetto della festa. Quindi cominciò a sospirare ed a lagnarsi della infedeltà delle loro promesse e del falso pentimento. Veggo bene, diceva entro sé a nostro Signore, che voi mi mandate un’altra fiata ad un popolo che ha la fronte di bronzo ed ha un cuore indomabile. Eglino si sono allontanati da voi, mio Dio, e hanno apostatato dalla vostra legge e dai vostri SS. Comandamenti, non avendo altra regola che la loro passione."

Durante questo secondo periodo praghese, Adalberto si prodigò specialmente in una intensa opera missionaria rivolta in particolare all’Ungheria e questa sua fattiva opera evangelizzatrice fu per quelle popolazioni molto benefica. I Magiari, che avevano cessato di essere il terrore del Cristianesimo dopo la sconfitta subita nel 955 sul fiume Lech per opera dell’Imperatore Ottone I, incominciarono a subire l’influenza civilizzatrice del Cristianesimo. Stretti tra Occidente ed Oriente, i Magiari finirono per stabilirsi nelle terre danubiane e qui, già dai tempi di Geza, padre di Santo Stefano, incominciò a penetrare il Cristianesimo, forse per opera di un missionario franco. Accanto a missionari occidentali operarono in quelle terre anche evangelizzatori bizantini, ma a partire dall’avvento al potere di Stefano l’influenza occidentale fu predominante.

L’opera di cristianizzazione condotta da Adalberto fu capillare e massiccia ed egli si giovò di molti monaci benedettini che fondarono chiese e monasteri, molti dei quali giunti dall’Occidente al suo seguito dopo il ritorno a Praga.

La biografia di S. Stefano ci fa credere che il re magiaro venne battezzato personalmente da Adalberto, ma questa notizia non corrisponde a verità. Le biografie coeve di Adalberto tacciono sul punto è ciò può essere significativo del fatto che quel battesimo probabilmente non ci fu. (37)

Certo è che la fama di Adalberto in Ungheria, dovuta alla sua incessante opera missionaria, divenne subito altissima e questo può giustificare le affermazioni di alcuni storici posteriori.

L’attività missionaria di Adalberto si diresse anche nei confronti della Slovacchia, che era parte integrante della sua Diocesi e che costituiva una naturale base di partenza per le terre magiare.

Se la promessa di moralizzazione non era stata mantenuta, tuttavia le fonti ci fanno memoria che Adalberto venne accolto bene dalla popolazione e dalla classe dirigente, la quale mantenne, invece, la promessa di permettere la fondazione di un monastero benedettino vicino a Praga. Questo monastero, che tuttora esiste ed è sempre dimora di monaci benedettini, venne fondato a Brevnov, sulle colline che circondano Praga, e la sua chiesa venne consacrata dal Vescovo Adalberto il 14 gennaio 996. Il monastero era consacrato alla Vergine Maria, a San Benedetto e ai Santi Bonifacio ed Alessio e tutto ciò manifesta il legame che legava il presule ai suoi trascorsi romani e alla spiritualità cluniacense. La dedicazione alla Vergine, poi, testimonia della grandissima venerazione che il Santo sempre ebbe per la Madre di Dio.

Adalberto soggiornò spesso nel monastero di Brevnov, traendone godimento spirituale e vi si rifugiò ogni qual volta desiderava essere solo e continuare la propria esperienza monacale.

Di certo, il monastero di Brevnov fu punto di irradiazione per l’attività missionaria del Vescovo e la costante presenza di lui in esso ubbidiva alla necessità di coordinare le attività dei monaci missionari e di soddisfare il suo bisogno di osservanza della regola benedettina dell’ora et labora". Ancora nel XIV secolo i monaci di Brevnov conservavano nel monastero un paio di guanti vescovili confezionati dallo stesso Adalberto.

Non sappiamo perché, ma presto l’antico odio della classe dominante nei confronti del Vescovo riprese. Qualche fatto importante dovette far precipitare la situazione, ma non ci è dato collegarlo a circostanze determinate.

Gli antichi biografi parlano solo di un episodio cruciale, che determinò un nuovo, e questa volta definitivo, allontanamento di Adalberto dalla sua Diocesi.

Riportiamo qui la descrizione che dell’episodio fa la fonte benedettina del 1727: "Una dama di condizione cadde in una disgrazia che la modestia mi obbliga a tacere. Il marito, avvedutosi della di lei infedeltà, e non potendo tollerare che sopravivesse al perduto onore, risolvette di vendicarne lo affronto colla di lei vita, sicchè lavasse col proprio sangue la sua colpa. Questa povera infelice, vedendosi perseguitata senza compassione alcuna, fuggendo in Chiesa, e gittatasi a’ piedi del Vescovo, implorò la di lui clemenza. Egli era allora nel tempio di S. Giorgio e, giudicando che il luogo sarebbe stato un sicuro asilo, la fece nascondere dietro lo altare. Poco dopo, sopraggiunta una truppa di soldati, che seguivano la fuggitiva, e dubitando che il prelato avesse intenzione di impetrarle la grazia, ebbero la temerarietà di minacciargli la morte; ed avvisati dal sacrestano dove fosse la disgraziata donna, non rispettarono né il Santuario, né gli ammonimenti del Vescovo, e trascinandola per gli capelli la sacrificarono alla collera del marito; che per quanto giusta non lasciò di essere troppo violenta per sentimento di S. Adalberto"

Ambedue i biografi antichi, Canepario e Bruno di Quefurt, narrano questo stesso episodio con tinte vive e fortemente drammatiche, vedendo in esso il culmine di un dramma, le cui vicende dovettero essere evidentemente molto più ampie e di origini più lontane. Sta di fatto che dopo questo episodio il Vescovo decise di abbandonare nuovamente Praga e ritornò a Roma nel suo convento sull’Aventino. Ma sarebbe riduttivo pensare che la grave decisione di lasciare nuovamente la Diocesi fosse stata causata esclusivamente dall’episodio della donna uccisa in Chiesa. Evidentemente dietro quell’episodio c’era dell’altro e le ragioni profonde vanno ricercate in nuovi insorti contrasti politici tra la famiglia del vescovo e quella avversaria.

I contrasti questa volta furono talmente gravi che si giunse ad una guerra aperta e senza esclusione di colpi tra i rivali; guerra che si concluse poco tempo dopo con la distruzione del castello di Libice ed il totale annientamento fisico di tutta la famiglia di Adalberto.

Si salvarono solo il Vescovo, che nel frattempo era giunto a Roma, e suo fratello Gaudenzio che lo seguì. Un altro fratello, Boleslao, sfuggì allo sterminio, perché si rifugiò in Polonia presso il Duca.

Anche in questa tragica occasione il Vescovo vide con chiarezza come stavano le cose e l’abbandono della Diocesi fu determinata dall’impossibilità di governarla e di salvare la propria stessa vita.

Adalberto non avrebbe più rivisto la sua Praga, ma vi sarebbe ritornato nel 1038 venerato come martire e Santo.