CAPITOLO IX
Adalberto e l’Imperatore Ottone III
L’unica consolazione che rimase al Vescovo fu quella di restare nel silenzio del monastero dei SS Bonifacio ed Alessio sul colle Aventino a Roma, dove venne accolto molto bene dai suoi confratelli e fatto Priore. In questo monastero frequentemente si riuniva l’elite ecclesiastica romana e Adalberto, quale Priore, ebbe modo di avere molti contatti con essa.
Nella primavera del 996 giunse a Roma anche l’Imperatore Ottone III, che forse gli recò la notizia del massacro della sua famiglia.
Canepario ci informa che questo sovrano soggiornava volentieri nel monastero ed aveva familiari colloqui con Adalberto. Tra i due nacque una profonda e sincera amicizia. Essi spesso ebbero l’opportunità di conversare tra loro e l’Imperatore di frequente chiedeva a lui consiglio. Ottone III, non ancora ventenne, assommava in sé un immenso potere e la sua intimità con l’austero e mistico monaco è veramente stupefacente. (38) Egli aveva un temperamento sognatore, si sentiva successore degli antichi imperatori romani e auspicava la rinnovazione dell’Impero mondiale sotto un unico Imperatore ed il governo spirituale della Chiesa di Roma.
La sua giovane mente si nutriva della cultura romana e greca e sua madre, la bizantina Teofane, certo gli inculcò la fierezza e la ieraticità dei basilei orientali. Era tanto amante della cultura classica e dell’Italia, che disprezzava i suoi accompagnatori sassoni semibarbari e non raffinati come i nobili romani. L’animo del giovane sovrano era pervaso anche da un ardore mistico, che spesso lo portava ad estraniarsi e a meditare di ritirarsi in un convento. Visitò più volte nel Pereum il cenobio di S. Romualdo e non c’è da stupirsi se frequentasse assiduamente anche il monastero sull’Aventino, che, del resto, si trovava prossimo al suo Palazzo in Roma, per cogliere dalla bocca di Adalberto parole di conforto e di stimolo. Di temperamento introverso e incostante, Ottone III dovette trovare in Adalberto un consigliere prezioso e ricercato.
Se fosse vera la notizia tramandataci dallo storico Cosma, che i due si erano già incontrati ad Aquisgrana e che in quell’occasione l’Imperatore regalò ad Adalberto ricchi paramenti liturgici, il loro incontro a Roma fu un rinsaldare la vecchia conoscenza e la loro intimità non deve stupire. D’altronde pare che la madre di Adalberto fosse imparentata con la famiglia imperiale sassone.
L’argomento dei loro colloqui verteva su riflessioni riguardanti la nobiltà dello stato monacale e la transitorietà delle cose mondane.
I biografi coevi mettono in evidenza che Adalberto cercava soprattutto di coltivare nell’animo del giovane sovrano l’umiltà e di entusiasmarlo alle cose di Dio. Ma non è da escludere che insieme discutessero anche di politica e dei grandi disegni di restaurazione tanto cari alla mente di Ottone.
Ma la speranza di Adalberto di rimanere nella pace del chiostro aventino non si realizzò neanche questa volta. Il suo metropolita, l’arcivescovo di Magonza Willigis, reclamò di nuovo il rientro del vescovo a Praga. Tale richiesta sembra incomprensibile, perché certo non poteva l’arcivescovo non conoscere quanto era accaduto in Boemia. Forse egli sperava che un ritorno del presule nella sua terra potesse rimediare in qualche modo alla situazione ed evitare ulteriori spargimenti di sangue tra le opposte fazioni.
Il Papa Gregorio V non poteva non dare ragione a Willigis, che ribadiva come Adalberto si fosse allontanato per la seconda volta senza il suo permesso e senza aver chiesto prima licenza al Papa.
Anche l’Imperatore non era in grado di opporsi alle insistenze dell’arcivescovo di Magonza, per cui fu indetto un nuovo sinodo che stabilisse il da farsi.
La biografia benedettina , a questo proposito, annota: "Papa Gregorio V, avendo radunato in Roma un Concilio dopo la coronazione dello Imperatore Ottone III, notata dagli autori lo anno 996, lo Arcivescovo di Magonza si dolse nel Sinodo che S. Adalberto avesse lasciato il suo Arcivescovado. Questo affare essendosi lungamente disputato, il Papa comandò finalmente al Santo che ritornasse alla sua Chiesa, con facoltà tuttavia che, se il popolo persistesse nella sua durezza e contumacia, potesse andare a predicare il Vangelo agli infedeli secondo il suo desiderio."
Adalberto nuovamente si sottopose alla decisione del Sinodo, ma riuscì a strappare al Papa e al Sinodo stesso la promessa che, se dalla Boemia gli fosse giunta notizia che il suo ritorno in patria non era gradito, egli avrebbe compiuto una missione presso popolazioni pagane. (39) Noi non sappiamo se Adalberto avesse già in mente un progetto missionario, né se questo progetto nacque solo a seguito delle insistenze circa il suo ritorno fatte da Willigis.
E’ possibile che egli già da tempo avesse maturato l’idea di una missione resasi poi impossibile a causa del suo precedente rientro a Praga. Così come è possibile pensare che l’idea della missione si fosse delineata nel corso dei lunghi colloqui con l’Imperatore Ottone III, al quale non erano estranei l’intenzione ed il desiderio di allargare ad Est i confini della cristianità. D’altronde lo spirito missionario di Adalberto, tipico della spiritualità benedettina, aveva trovato concreta attuazione nell’opera da lui già svolta in Ungheria ed in Slovacchia, sicché questa sua intenzione non deve farci pensare ad una idea dell’ultimo momento. L’idea della missione era uno dei cardini della spiritualità benedettina e costituiva un motivo dominante della cultura cluniacense. In Adalberto il desiderio della perfezione della regola e l’aspirazione a tradurla in atti concreti fu una costante di tutta la sua vita. Egli, d’altronde, conosceva bene la situazione delle regioni che confinavano ad Est con la Boemia, dove numerose popolazioni erano ancora barbare e pagane, e verso queste regioni guardava con interesse, così come vi guardava, ma per ben altri motivi, anche l’interesse del potere temporale imperiale.
Il mese di luglio del 996 vide Adalberto percorrere le strade che da Roma conducevano a Magonza, dove teneva corte l’Imperatore. Qui egli avrebbe attesa la risposta dalla Boemia.
Il fatto che egli si diresse verso la Germania, piuttosto che verso la Boemia, fa supporre che Adalberto sperasse in cuor suo in una risposta negativa o ritenesse poco probabile una risposta positiva, la qual cosa depone a favore del suo realismo politico.
Adalberto si recò a Magonza probabilmente anche per riferire la decisione papale all’Arcivescovo Willigis, che non la conosceva, essendo il presule partito da Roma prima che fosse pronunciata, ma è anche possibile che in lui ci fosse il desiderio di parlare con Ottone III della missione per concordarne assieme il progetto.
Adalberto, infatti, conosceva molto bene l’interesse che l’Imperatore aveva verso le numerose popolazioni pagane che abitavano le regioni tra l’Elba e l’Oder e non è assolutamente da escludere che egli, ove si fosse concretizzata la missione, abbia voluto ascoltare direttamente dalla voce di Ottone le sue precise proposte e richieste. D’altronde è anche verosimile pensare che l’incontro con il sovrano poteva essere avere lo scopo di ottenere consigli, aiuti ed appoggi, ove si fosse reso necessario il ritorno a Praga.
A Magonza, dunque, Adalberto andò per preparare o la sua missione o il suo rientro in Boemia.
Poiché la risposta tardava, Adalberto nel frattempo compì un pellegrinaggio in Francia, visitando la tomba di S. Maurizio a Tours, quella di S. Dionigi vicino Parigi e quella di S. Mauro. Visitò i monasteri benedettini della regione e certamente si rafforzò nell’animo e in questo pellegrinaggio sulle tombe dei santi cercò e trovò conforto.
Ritornato a Magonza, gli giunse la notizia che i Boemi non desideravano il suo ritorno. La missione finalmente diventava realtà.
Ora, da tutto ciò, cioè dalla azione capillare promossa da Ottone III nel diffondere in tutte le zone di sua influenza politica il culto di S. Adalberto, alla strettissima unione politica e culturale tra il Patriarcato di Aquileia di quegli anni e il mondo politico e culturale tedesco, non è impossibile ipotizzare che già nei primi anni dell’XI secolo a Cormòns possa essere stata edificata, o riedificata dopo le distruzioni dovute alle invasioni ungare, una Chiesa e questa, sull’onda dell’emozione dell’evento martirio, dedicata al santo martire di origine boema, amico di Ottone III e venerato fin dal giorno del martirio da tutte le popolazioni germaniche, boeme e slave.
Certo, la questione è aperta e, in mancanza di testimonianze scritte o dirette, niente può essere affermato come sicuro.
Per noi Cormonesi di oggi poter pensare che il nostro Patrono ci protegge e veglia sulle nostre case dalla notte dei tempi ci rende orgogliosi delle nostre così antiche origini.