CAPITOLO X

Il martirio in Prussia

 


I Prussiani, già noti ai Romani con i quali commerciavano e dai quali erano chiamati Balti, era un popolo bellicoso, pagano, ma politicamente già abbastanza organizzato e ad un livello culturale elevato. Di essi ci dà un quadro lusinghiero il viaggiatore arabo del X secolo Ibrahim ibn Jacop. Era, tuttavia, un popolo molto ostile al Cristianesimo, perché vedeva nella fede degli occidentali un attentato potente alla propria libertà ed indipendenza, di cui erano gelosissimi.

Il territorio, vasto, era per lo più ricoperto da impenetrabili foreste e l’economia si basava prevalentemente sull’agricoltura, sull’allevamento, ma anche sui commerci, specialmente con le popolazioni vicine slave e scandinave. L’organizzazione sociale si fondava su una specie di confederazione delle diverse tribù, che trovava il suo coagulo, nei momenti di pericolo esterno, in un comandante dell’esercito; la classe nobile, poco numerosa, esercitava il proprio potere all’interno dei singoli clans tribali, i quali, nei momenti di pericolo, si riunivano in provvisoria confederazione. Non esisteva un potere politico centralizzato, ma era l’assemblea generale degli uomini liberi che nei momenti cruciali eleggeva i capi, cui venivano affidate le sorti della guerra e la condotta politica. In una tale società i sacerdoti pagani svolgevano un ruolo predominante e gelosamente custodivano le arcaiche credenze ed impedivano con ostinazione ogni penetrazione esterna culturale e religiosa. (40)

Prima di avviare la sua missione verso l’Est, Adalberto si trasferì in Polonia, dove venne accolto a braccia aperte dall’intraprendente duca Boleslao il Coraggioso, che voleva trattenerlo presso di sé.

Questo Duca stava organizzando il suo giovane stato e vedeva nel Cristianesimo la forza capace di dare unità e futuro alla nazione.

Avrebbe voluto che Adalberto si prodigasse in una missione di penetrazione evangelica presso la sua gente, ma il prelato si fermò in Polonia il tempo strettamente necessario per organizzarsi e mettere a punto un progetto missionario, perché le sue intenzioni andavano altrove. Durante questo soggiorno, tuttavia, Adalberto visitò molti luoghi e sviluppò una intensa attività religiosa.

Del suo passaggio in terra polacca anche oggi molti luoghi possiedono e tramandano ricordi, segno che la presenza sua lasciò una forte traccia. Pare che abbia egli fondato un monastero benedettino e la tradizione attribuisce a lui il più antico canto religioso polacco. L’interesse di Adalberto per la liturgia e per la letteratura è testimoniata dalle fonti storiche, dalle quali apprendiamo che fu Adalberto a sollecitare il monaco Lorenzo di Montecassino a scrivere in latino la biografia di San Venceslao, così come esortò suo zio Cristiano a dare ai Cechi una nuova stesura della vita del medesimo santo. In campo liturgico egli favorì l’uso della lingua popolare a discapito del latino e ciò dimostra una modernità sorprendente in uomo dell’anno mille. (41)

Alcuni storici sostengono che il progetto iniziale missionario di Adalberto fosse rivolto verso la popolazione dei Liutizi, che già conosceva in quanto erano stati più volte alleati militari dei Cechi.

Ma a distogliere il prelato da questa direttiva fu Boleslao il Coraggioso, al quale interessava piuttosto, per ragioni politiche, una penetrazione verso le terre prussiane. (42)

Egli, infatti, era convinto che attraverso la diffusione del Cristianesimo in quelle regioni si sarebbe dissolta la struttura tribale e favorita la creazione di uno stato unitario maggiormente interessato ad avvicinarsi alle ragioni della politica occidentale. Con le singole tribù prussiane non era possibile avere un interlocutore affidabile, mentre la concentrazione del potere nelle mani di un solo principe avrebbe reso fattibili alleanze e sinergie. Questo tipo di politica era gradita anche dall’Imperatore Ottone III.

Adalberto partì per Danzica, di recente conquistata dai Polacchi, nella primavera del 997, scortato dai soldati di Boleslao.

Da qui per via mare si diresse all’interno del territorio in piena regione prussiana. Egli vi giunse probabilmente risalendo uno dei molti bracci del fiume Vistola e sbarcò in un’isola deserta della laguna, dove assieme al fratello Gaudenzio ed al giovane monaco Benedetto venne lasciato dalla scorta, che si ritirò.

Probabilmente Adalberto non parlava prussiano, ma in quella regione, abbastanza vicina alle coste e frequentata anche da stranieri a causa degli scambi commerciali, di certo non mancavano persone che conoscevano il polacco o il tedesco.

La circostanza che Adalberto sia stato abbandonato dalla scorta fa supporre che la missione doveva essere esclusivamente spirituale e pacifica e che nelle intenzioni, sia di lui che del duca Boleslao, non c’era l’intenzione di una spedizione militare.

La penetrazione nella regione e la conversione delle popolazioni dovevano essere esclusivamente affidate alla persuasione del messaggio e non alla forza. Non si sa se la scelta di una spedizione pacifica sia stata anche di Boleslao; certo è che nelle intenzioni profonde di Adalberto non albergava alcuna velleità di violenza e la stessa sua spiritualità benedettina gli imponeva di adempiere all’attività missionaria basandola esclusivamente sulla forza del Vangelo e non delle armi. Non è da escludere che tanto Boleslao quanto Adalberto possano aver fatto un certo affidamento sulla presenza di qualche appoggio in loco, nonostante fosse nota l’ostilità prussiana per il Cristianesimo.

Vicino a Danzica, nei pressi del luogo dello sbarco, vi era un grosso centro commerciale prussiano, chiamato Truso ed è da quel luogo che Adalberto intendeva iniziare la propria missione. (43)

Adalberto ed i suoi compagni arrivarono a Truso a piedi convinti di poter iniziare i loro contatti con i Prussiani in un clima di accettazione. Ma così non fu.

L’opera che più di tutte ci informa sulle vicende del martirio e di come esso si consumò è un documento scritto intorno all’anno 1020 intitolato "Passione del Santo Martire Adalberto", in un epoca in cui i resti del martire erano ancora custoditi nella Chiesa di Gniezno, prima che nel 1039 fossero trafugati dai praghesi.

L’autore di questa narrazione è un tedesco e dal suo racconto pare si possa evincere che egli abbia desunto notizie di prima mano sugli avvenimenti, probabilmente dalla testimonianza di Gaudenzio. Anche le altre biografie più volte citate si dilungano con particolari sui fatti del martirio e nella sostanza non discordano tra loro.

Come si consuma il martirio? Seguiamo da vicino le fonti.

Ritiratasi la scorta, Adalberto ed i suoi due compagni si presentarono in un villaggio sito sull’isola nella quale erano sbarcati.

Gli abitanti del luogo circondarono subito i nuovi venuti con fare minaccioso e, come narra la biografia benedettina, "salutolli con ingiurie e a colpi di bastone". S. Adalberto recitava allora il salterio, quando uno di costoro diegli un colpo sì furioso, che gitollo a terra".

La narrazione continua mettendo in bocca ad Adalberto queste parole: "Siate Voi benedetto mio Dio (diss’egli) per la misericordia che meco usate, facendo che io vi offra il tributo della mia sofferenza in grato cambio di quanto avete Voi patito per me in questo giorno (ed era il Venerdì Santo); unite le mie alle Vostre pene e fatemi la grazia che io sia conficcato sulla stessa croce".

La biografia di Canepario riferisce lo stesso episodio con queste parole: "Si inoltrano nella piccola isola predicando Cristo con grande fiducia. Vennero quelli che colà abitavano e li respinsero con fruste e pugni. Un tale, preso un grosso remo di nave, si erse difronte ad Adalberto che stava declamando un salmo e lo colpì violentemente alle spalle. Il libro sacro sfuggì di mano, le pagine si dispersero intorno ed egli cadde riverso a terra. Dolorante nel corpo, manifestò la gioia del cuore dicendo: Grazie o mio Signore, perché con un solo colpo mi è stato concesso il merito di unirmi al Crocefisso. Passarono quindi all’altra parte del fiume e qui si fermarono il giorno di sabato."

Passarono la notte ospitati da un simpatizzante che accolse i missionari nella propria casa. Questo fatto ci manifesta che in quelle regioni già viveva qualche cristiano e che sulla cui presenza forse avevano fatto affidamento i missionari per avere appoggi. Ma i cristiani dovevano essere una minoranza esigua che non contava e non aveva alcun credito tra la gente e probabilmente non erano neanche Prussiani, ma commercianti giunti da altre parti.

Infatti, nonostante l’ospitalità, che nell’antico diritto comune a tutti i popoli, era considerata una cosa sacra, si radunò una folla attorno alla casa e prese a minacciare di morte il gruppetto degli stranieri e a fare domande su chi fossero e perché fossero venuti.

Canepario dice che a tutte queste minacce e domande Adalberto risposte dicendo: "Sono boemo, mi chiamo Adalberto, sono monaco, un tempo sono stato Vescovo, ora per voi sono apostolo.

Il motivo della nostra venuta è la vostra salvezza, perché abbandoniate gli idoli sordi e muti, conosciate il vostro Creatore, al di fuori del quale non v’è altro Dio, e, credendo in lui, abbiate la vita e possiate meritare i premi della gioia celeste. (44)

Queste parole di pace sortirono l’effetto di far aumentare l’ira dei pagani. Il racconto prosegue, dicendo: "Ma quelli, già da tempo indignati, bestemmiando lo minacciano di morte, battono i bastoni per terra e sul suo capo e digrignano contro di lui violentemente i denti; quindi gli dicono: considera già molto essere giunto impunemente fin qui e come un rapido ritorno ti salverà la vita, così un piccolo indugio sarà causa di morte. In questa regione c’è una sola legge e un solo modo di vivere; voi siete stranieri ed ignorate la legge. Se non partirete questa notte stessa, vi decapiteremo." (45)

I tre uomini vennero scacciati e pare che si nascosero per cinque giorni rifugiandosi in qualche capanna. Furono giorni di meditazioni, di disagio e di incertezze. Ci fu anche un sogno premonitore che ebbero Gaudenzio e, contemporaneamente a distanza, alcuni monaci del monastero romano dei SS. Bonifacio ed Alessio.

Così ne riferisce la biografia benedettina: "La stessa notte che S. Adalberto era in battaglia co’ nemici di Gesù Cristo, due santi personaggi del suo monastero di Roma e S. Nilone ebbero rivelazione. Suo fratello Gaudenzio ebbe parimenti un sogno, che gli cagionò molto travaglio. Parvegli, che avendo voluto bere del vino da un calice d’oro, ch’era sullo altare, il sacrestano avesselo stranamente battuto, dicendo che quel vino era per il Vescovo Adalberto; il che fecegli credere che il di lui martirio fosse imminente."

Dopo i giorni dell’esitazione, durante i quali Adalberto avrà senz’altro meditato se interrompere la missione o proseguirla, la decisione che ne scaturì fu quella della continuazione. (46)

La biografia di Canepario incisivamente inizia il racconto con un lapidario "coeptum iter agunt" (ripreso il cammino, vanno).

E’ l’alba del 23 aprile 997.

I luoghi sono selvaggi e sconosciuti. I tre uomini camminano lontano da strade battute, tra boschi e paludi, la mattinata è fredda, l’orizzonte offuscato dalla nebbia del Nord. (47) I missionari vanno meditando quanto era successo nei giorni precedenti. L’ansia e la paura sono forti, ma i loro animi intrepidi. Sono soli, ma la fede da il necessario coraggio e l’ardire per proseguire. Durante il cammino, per alleviare la fatica Adalberto ed i suoi compagni recitano salmi e di continuo invocano Dio e ne cantano le lodi. Attraversano boschi e camminano per tutta la mattina. Giungono finalmente in una radura che è già mezzogiorno. Il sole è alto e le membra sono stanche. Decidono di fermarsi per concedersi il riposo. Pregano, Gaudenzio celebra la Messa, Adalberto riceve l’Eucarestia. Si concedono un frugale pasto con quanto poteva loro permettere il poco che avevano. Vinti dalla stanchezza, si addormentano profondamente. Intorno è silenzio e la zona appare deserta.

Ma improvvisamente, tra un vociare selvaggio ed un luccichio di armi, un manipolo di soldati pagani, guidati da un sacerdote, esce da una boscaglia e piomba sui tre, che non fanno in tempo a rendersi conto di che cosa sta succedendo. Vengono immobilizzati ed incatenati. Gaudenzio e Benedetto sono ammutoliti. Adalberto sembra riprendersi subito e, rivolto ai compagni, li invita a non contristarsi. "Sappiate - dice egli con le parole che gli mette in bocca Canepario - che ciò che stiamo patendo lo patiamo per Dio. Che cosa c’è di più importante, di più bello, di più dolce che morire per il dolcissimo Gesù ?" (48)

A quelle parole serene e coraggiose segue repentino il gesto del sacerdote pagano, di nome Sicco, che con tutta la sua forza scaglia contro Adalberto, la sua lancia, trafiggendolo nel petto. Emulando il gesto del capo, tutti i soldati si scagliano su Adalberto ed affondano i loro colpi, straziandone il corpo. Il sangue sgorga come un rosso fiume e bagna la terra intorno. Quando vengono estratte le lance, sul corpo del martire si contano sette ingenti ferite.

Quale ultimo scempio, ad Adalberto viene mozzata la testa che, issata sopra un’asta, viene infissa sul terreno a guisa di trofeo.

Ai compagni non viene torto un capello. Anzi, vengono liberati e lasciati andare.

Tutto è compiuto.

Il tramonto del sole arrossa la terra bagnata dal sangue del martire e su di essa il corpo di Adalberto cade assumendo la forma della croce. Con il viso rivolto verso il cielo cui, con occhi supplici, per sé e per i suoi persecutori rivolge l’ultima terrena preghiera.

Compiuto il crimine, annota Canepario, "I soldati, felici per quanto commesso, ritornarono alle loro case".

E’ un venerdì, il giorno della passione di Cristo.

Secondo il calendario ufficiale del tempo è "il giorno IX delle calende di maggio, essendo imperatore di tutte le cose l’ottimo signore Ottone III, pio e illustrissimo Cesare."

Adalberto aveva da poco superato i quarant’anni.

Un’aquila, dice una tarda tradizione, custodì per tre giorni il corpo del martire per impedire che fosse profanato dagli uccelli e dalle belve. Una tradizione afferma che il corpo venne gettato nel fiume e recuperato sei giorni dopo. Qualche giorno dopo passò per quei luoghi un pellegrino che seppellì il corpo del Santo, ne raccolse la testa e la portò a Gniezno al duca Boleslao.

Questo Duca provvide a riscattare a peso d’oro dai pagani il corpo di Adalberto e lo trasportò in una cappella nei pressi di Gniezno.

La biografia benedettina del 1727 conclude la sua narrazione annotando: "Dicesi che, volendo Dio gastigare l’avarizia di coloro che vendettero questo prezioso tesoro, permise che il santo corpo pesasse pochissimo. Fu portato a Gnesna, dove Dio operò per li di lui meriti infiniti miracoli, che molto contribuirono alla conversione di que’ popoli infedeli; cosicché può dirsi che facesse dopo morte quello che avea desiderato in vita per la salute de’ prussiani. Nel giorno del di lui martirio Dio rivelò a diversi la di lui gloria. Un prete celebrando la S. Messa fu avvisato a farne commemorazione e di prevalersi della di lui intercessione per impetrare grazie al cielo."