CAPITOLO XI
La diffusione del culto.
La canonizzazione
La notizia della santa e tragica morte del vescovo di Praga si diffuse rapidamente in tutta Europa e così pure il suo culto.
L’imperatore Ottone III, appena seppe della morte dell’amico, rimase molto commosso ed impressionato, ma, dicono le fonti, gioì e ringraziò Dio, perché gli aveva dato per amico un martire che avrebbe pregato per lui nei cieli.
Nella concezione mistica e religiosa monastica cluniacense del tempo, Adalberto, con la sua tragica fine, divenne l’esempio di un ideale cui i monaci tendevano: quella di una vita spesa nella preghiera e nella donazione completa di sé. Nei monasteri benedettini sparsi in tutta la cristianità S. Adalberto venne preso come esempio e la sua biografia scritta da Canepario nell’anno 999 venne redatta anche per la celebrazione e la gloria del monastero romano dei SS. Bonifacio ed Alessio, nel quale il martire era a lungo vissuto.
Il suo esempio attirò molti altri monaci. Il più illustre è quello di Bruno di Quefurt, monaco benedettino anch’egli, figlio di un conte sassone, biografo di Adalberto e seguace di S. Romualdo, che conquisterà in Prussia la corona del martirio nell’anno 1009.
Subito dopo la morte incominciò una prodigiosa opera di diffusione del culto del Vescovo morto per mano dei pagani ed il maggior propagatore ne fu, oltre al duca polacco Boleslao, lo stesso Imperatore Ottone III. Nella quaresima dell’anno 1000 egli compì con molta devozione un pellegrinaggio sulla tomba del martire e da essa asportò numerose reliquie, che poi lasciò in molte parti del continente donandole a chiese da lui stesso fondate ed intitolate al nome del martire amico. Ne regalò anche ad Aquisgrana reliquie dove fece edificare una chiesa in onore del martire; altre ne portò con sé fino a Roma, dove, sull’isola tiberina fece costruire un tempio, che ancora mostra scolpita nella pietra l’effigie del Vescovo, forse la più antica a noi nota, assieme a quella di Ottone III.
Subito si diffuse anche la venerazione popolare e si incominciò a parlare di miracoli ottenuti per intercessione di Adalberto. La fede popolare, specie in Polonia, Ungheria e Boemia, annoverò subito un nuovo Santo.
In una raccolta dedicata alle antiche vicende della Chiesa boema ed intitolata "Miracula", si narrano alcuni eventi portentosi compiutesi per opera o intercessione del martire. Tra i diversi episodi che si trovano elencati, c’è anche il seguente: "Una volta, nel giorno dedicato ai Santi Cosma e Damiano, il Vescovo Adalberto si diresse in pellegrinaggio a Boleslavia, una località lontana tre miglia da Praga e dove venne ucciso per testimoniare Cristo San Venceslao. Qui egli voleva pernottare. Trascorsa l’intera notte in preghiera e preso un po’ di cibo, prese la strada di Albi. Superato il posto di blocco dei soldati, giunse a Neratovice e chiese per amor di Dio di essere traghettato. Per farlo i marinai gli dissero che doveva pagare il nolo. Rispose il santo: Figlioli, non ho né oro né argento, ma vi pagherò con l’annunzio della parola di Cristo che vi porto e desidero impetrare la Sua benedizione per la vostra salvezza. Ma quelli, per nulla apprezzando, lo seguirono e, presolo a calci, lo gettarono per terra portandogli via ogni cosa. Rialzatosi, il Vescovo disse: Volevo benedirvi ed invece vi maledirò. Che Dio mai faccia abbondare il pane in questo luogo e sempre ne sentiate la mancanza." (49)
L’autore annota che "da allora fino ai nostri giorni i discendenti di quei marinai sempre soffrono della mancanza del pane e non possono mai conservare il grano nei granai fino alla successiva mietitura. Anche quando il raccolto è abbondante, senza che nessuno se ne accorga il grano viene rubato dai granai e sparisce. Pertanto, subito essi devono raccoglierlo, trebbiarlo e venderlo, ben sapendo che dovranno ricomprarlo prima del nuovo raccolto. Il Santo, indignato, a piedi nudi ritornò a Praga. Nel luogo dove avvenne il fatto e sul punto in cui venne gettato a terra il Vescovo i posteri per venerazione eressero una colonna con un altare, affinché i pellegrini potessero assistere alla S. Messa nel giorno di S. Adalberto. In quel luogo il Conte Ferdinando Slavata nel 1670 fece erigere una Chiesa." (50)
Una delle questioni più interessanti relative al culto di S. Adalberto è quella concernente la data della sua canonizzazione.
Anche su questo argomento non esistono documenti scritti, ma è possibile ricavare notizie abbastanza certe da una serie di circostanze, che depongono a favore del fatto che l’elevazione agli onori degli altari fu coeva all’episodio del martirio. Nel caso di S. Adalberto il detto "vox populi vox Dei" è quanto mai appropriato.
Il fatto che già nell’anno mille l’Imperatore Ottone III si recasse a Gniezno, dove era sepolto il martire, per pregare sulla sua tomba, testimonia che il culto era già in atto. Così come ne è testimonianza il commercio delle sue reliquie e la redazione esistente già nel 999 di una sua biografia, che probabilmente venne letta proprio in occasione di una specie di processo di canonizzazione "ante litteram".
Ai primi tempi della Chiesa non esistevano proclamazioni particolari, né cerimonie attraverso le quali si attribuisse a qualcuno la santità. La santità di un martire, o di una persona di fede, che aveva adeguato tutta la propria vita sullo stile del Vangelo, era un dato di fatto che i fedeli sentivano e praticavano spontaneamente.
Così fu per i primi apostoli, per i martiri dell’età romana e per alcuni personaggi antichi particolarmente cari al cuore della gente fin dall’antichità. Oggi è la Chiesa cattolica, e per essa, il Papa, che si riserva la facoltà di giudicare santa e degna di venerazione una certa condotta, e ciò avviene attraverso un lungo, talora di secoli, e complesso procedimento, che viene definito processo di canonizzazione. Di tutto questo non esiste traccia almeno fino al XIII secolo.
E’ solo a partire dall’emanazione dei decreti promulgati da Papa Urbano VIII nel 1625 e nel 1634, che la Chiesa romana regolamentò in modo preciso le procedure per le cause di beatificazione e di santificazione. Senza il processo istruito, condotto e concluso con le regole approvate dalla Chiesa a nessuno è lecito venerare un servo di Dio come santo, fatta eccezione per coloro che da sempre sono stati oggetto di pubblico culto.
Proprio negli anni intorno al Mille, da parte della Chiesa di Roma si sentì l’esigenza di regolamentare in qualche modo il fenomeno della proclamazione della santità e ciò per porre un freno a tutta una serie di episodi talvolta molto discutibili. Fin tanto che la venerazione riguardava i martiri dell’antichità o si rivolgeva verso personaggi, anche moderni, che avevano avuto una vita di trasparente esemplarità cristiana, il culto che si professava nei loro confronti era di fatto approvato e non si ponevano particolari problemi. Il garante in loco era il vescovo che con la sua autorità e supervisione acconsentiva al culto. Ciò che rese problematica la questione fu la proliferazione di devozioni, talvolta ingiustificate, nei confronti di personaggi dalla condotta non sempre limpida e trasparente e in alcune regioni europee non mancarono vescovi che si opposero tenacemente a certe venerazioni discutibili, e ciò con tentativi anche energici volti a porre fine ad abusi. I vescovi vigilarono sempre attentamente a che non risorgesse, sotto le spoglie della devozione ai santi, l’antico costume pagano di divinizzare ogni aspetto della vita terrena e tale vigilanza fu più attenta a partire dal secolo VIII. Si incominciò, pertanto, ad introdurre norme che vietarono la venerazione di reliquie senza il preventivo assenso dei vescovi e fu riservato solo al principe, o ad una assemblea di vescovi, il potere di autorizzare traslazioni nelle chiese di defunti in concetto di santità.
A quei tempi era, infatti, attraverso la traslazione, voluta e coordinata dall’autorità civile o ecclesiastica, che avveniva il riconoscimento ufficiale della santità di un defunto, e così fu a partire dal VII-VIII secolo fino al secolo XI. L’esumazione dei resti di una persona defunta da parte del vescovo e la loro deposizione in un sepolcro più degno (solitamente la chiesa), definita "elevatio", divenne la forma liturgica ed anche legale della proclamazione della santità sotto la garanzia della Chiesa.
Almeno fino al secolo XIII la data nella quale veniva celebrata la ricorrenza del santo coincideva con quella della traslazione delle sue spoglie e, fin dove fu possibile, la traslazione veniva fatta coincidere con la data della morte, che per la Chiesa è il "dies natalis."
L’anno 993 rappresentò una svolta importante nella prassi della proclamazione della santità ed alcuni studiosi fanno risalire a questa data la nascita della canonizzazione, poiché in quell’anno a proclamare santo il vescovo tedesco Ulrico, morto nel 973, fu proprio il Papa. In realtà, quello fu un episodio isolato che non può essere preso come sintomatico.
Fu solo ai tempi del Papa Gregorio VII (1073-1085) che la Chiesa romana assunse in proprio la "divina potestas", di proclamare la santità di un defunto. Da allora si sviluppò tutta una disciplina organica, e via via sempre più puntigliosa, fino ai giorni nostri. Intorno al finire del XIII secolo era ormai diffusissima la prassi di affidare solo al romano Pontefice la potestà della proclamazione, pur non essendosi giunti alla completa abolizione dell’antico rito della traslazione.
Nel caso di S. Adalberto non ci sono giunte notizie precise circa un diretto intervento del Papa nella proclamazione della sua santità, ma sappiamo che la "Vita" scritta da Canepario fu letta davanti al Sinodo e questa circostanza costituì probabilmente una conseguenza, e nel contempo una verifica, della comune opinione già molta diffusa sulla straordinarietà delle sue vicende terrene e della sua morte avvenuta in tragiche circostanze in terra pagana durante lo svolgimento di una missione evangelizzatrice.
Molto più aderente alla storicità della proclamazione a santo, considerando la prassi in uso al tempo, fu senz’altro la traslazione del suo corpo nella Cattedrale di Gniezno voluta dal duca polacco Boleslao il Coraggioso con la presenza del Vescovo di Poznan, prima Diocesi polacca.
Sulla traslazione di S. Adalberto ci riferisce il "Commentarius praevius" che, nell’edizione degli "Acta Sanctorum Aprilis" edita nel 1866, precede la stesura delle biografie scritte da Canepario e Bruno di Quefurt. Nel tomo III di questo commentario leggiamo quanto segue: "Il duca Boleslao riscattò il corpo del Santo Martire e, fatti convenire tutti i Vescovi, gli ecclesiastici e una numerosa moltitudine di uomini di ogni ordine e grado, andò in processione con il santo corpo. Si prostrò in segno di omaggio con il clero, con il popolo e con tutti i presenti e, cantando lodi, lo portò nel cenobio di Trzemeszo dell’Ordine dei Canonici Regolari di S. Agostino (che suo padre Miezsko aveva fondato al tempo della sua conversione e largamente dotato di mezzi), dove lo depose. Dopo poco tempo, volendo maggiormente onorare S. Adalberto, convocata una grande moltitudine di ecclesiastici e di popolo, il 13 novembre trasferì il corpo santo da Trzemeszo a Gniezno, che a quei tempi era una città fiorente e popolata, e lo depose con grande onore nella Chiesa Metropolitana. In occasione di questo così grande beneficio, per molti giorni seguenti gli abitanti della città fecero festa ed egli elargì ai poveri molti beni e si dimostrò generoso verso tutti quelli che avevano necessità." Dopo la traslazione a Gniezno l’uomo di Dio si segnalò per i molti e frequenti miracoli che compiva e guariva molte malattie. Per la quale cosa, non solo dalla Polonia, ma anche dalle lontane terre della Germania e della Pannonia cominciò un continuo pellegrinaggio." (51)
Dalla narrazione sopra riportata è evidente che la proclamazione della santità di Adalberto avvenne, secondo le regole in uso all’epoca, attraverso la traslazione del suo corpo prima in un convento di monaci agostiniani, poi, solennemente, nella Cattedrale di Gniezno con la presenza del Principe, del Vescovo, di tutti i chierici e di gran concorso di popolo.
Questo fatto, che avvenne subito dopo la morte, testimonia che il riconoscimento della santità avvenne immediatamente dopo i fatti del martirio ed indica, nel contempo, quanto fosse grande la considerazione che di lui avevano già in vita i contemporanei.
Il martirio fu un evento che suggellò una devozione già in atto, che Adalberto si era conquistato con tutto il suo comportamento da vivo. Non ci fu, pertanto, alcun processo formale di canonizzazione, né alcuna pronuncia papale.
La "vox populi" della santità di Adalberto coincideva con la "vox Dei."
Nel 1038 i Boemi invasero la Polonia, misero a ferro e a fuoco Gniezno, si impossessarono delle spoglie di S. Adalberto e giubilanti le trasferirono a Praga, dove oggi sono conservate e venerate nella Cattedrale di S. Vito. A distanza di quasi mille anni quell’avvenimento viene ancora ricordato e celebrato dai Cechi.
Ma quando il corpo di Adalberto venne portato a Praga, egli già era per tutti S. Adalberto.