CAPITOLO XIII
La dedicazione del duomo di Cormòns
Una questione interessante è quella riguardante la determinazione dell’epoca a cui possa farsi risalire la dedicazione del Duomo di Cormòns alla memoria di S. Adalberto.
L’attribuzione del patrono ad una città è pratica risalente all’alto medioevo e nella concezione del tempo essa esprimeva il senso di affidare la città dedicata alla protezione di quel Santo. Anticamente il "patronatus" era l’azione di difesa che il Vescovo esercitava contro l’ingerenza del potere temporale, ed in genere contro ogni avversità che poteva abbattersi sulla città ed i suoi abitanti. Il "patrocinium" del vescovo, se era stato zelante ed illuminato, non cessava con la sua morte, ma continuava ad effondersi per la sua gente dal cielo, da dove il vescovo poteva intercedere per ogni necessaria grazia divina ed aiutare i fedeli della città ad ottenere l’ingresso in Paradiso.
Non esistono documenti, né memorie specifiche, circa l’epoca precisa in cui a S. Adalberto venne dedicato il Duomo di Cormòns, con il significato di nominarlo Santo Patrono protettore della locale comunità cristiana, ma su questa questione si possono fare solo ipotesi e ciascuna di esse può avere un qualche suo fondamento.
Certo è che tra tutte le città d’Italia, solo Cormòns ha per Patrono il Vescovo di Praga.
Da quel che è dato sapere, del particolare problema si sono occupati lo scrittore Giovanni Caprin, nel secolo scorso, e di recente la professoressa Donata Degrassi, oltre ad una breve annotazione di Gian Battista Falzari contenuta nel suo "Le Chiese di Cormòns.
Sul tema esiste anche un breve studio dello scrittore polacco Casimiro Lewanski, che formula una ipotesi molto affascinante.
I primi due studiosi, Caprin e Degrassi, sono sostanzialmente dell’opinione che la dedicazione del Duomo di Cormòns alla memoria del Martire S. Adalberto risalga a non prima della seconda metà del secolo XIII. Scrive Giovanni Caprin nel suo bel libro "Pianure Friulane":
"I conti palatini di Gorizia erano tedeschi; la Chiesa, che comparisce nelle pergamene del 1326, è dedicata a quel missionario Adalberto, che recatosi in Prussia nel 997, venne ucciso da un sacerdote pagano con un colpo di giavellotto, per cui diventò il santo preferito della gente alemanna. E’ quindi probabile che Mainardo di ritorno nel 1254 dalla guerra contro i prussiani, con proprio denaro erigesse in onore e lode del santo germanico quel tempio.
Da parte sua, la studiosa Donata Degrassi così si esprime nel suo recentissimo libro "Cormòns nel Medioevo", presentato a Cormòns in Palazzo Locatelli nel dicembre del 1976:
"La dedicazione a S. Adalberto non è frequente al di qua delle Alpi; nell’area regionale costituisce un unicum e il suo significato ne viene enfatizzato. S. Adalberto era un vescovo che venne ucciso nel X secolo, nel corso di una campagna missionaria rivolta alle popolazioni slave della Pomerania. Il suo culto aveva assunto forte rilievo con gli imperatori tedeschi, che ne avevano fatto il simbolo dell’affermazione religiosa, politica e culturale del loro dominio e di quello dei loro vassalli. Anche per la dinastia dei conti di Gorizia la devozione a S. Adalberto rivestiva forte pregnanza, testimoniata anche dal fatto che a molti dei suoi membri era stato attribuito tale nome. L’intitolazione a S. Adalberto aveva quindi una connotazione politica assai marcata e va messa in relazione con l’insediamento a Cormòns, proprio nel corso del XIII secolo, dei conti di Gorizia. Essa istituiva una connessione diretta - quasi un marchio di appartenenza - con la dinastia comitale e, nello stesso tempo, sottolineava il legame di fedeltà di quest’ultima agli imperatori tedeschi del Sacro Romano Impero. Questi elementi fanno pensare che la dedicazione, conseguente alla riedificazione della chiesa plebanale, fosse avvenuta dopo la metà del secolo, forse successivamente al ritorno di Mainardo III dalla crociata contro i prussiani guidata da Ottocaro II di Boemia nel 1254."
Per questi due studiosi, dunque, la dedicazione non può essere anteriore alla seconda metà del 1200, vuoi perché non si ha in precedenza notizia certa dell’esistenza in Cormòns di una Chiesa dedicata a S. Adalberto, vuoi perché la dedicazione al nome del Martire, molto vicino nella venerazione alla casa regnante tedesca, deve necessariamente ricollegarsi alla dinastia dei Conti di Gorizia, feudatari dell’imperatore germanico e signori di Cormòns in modo stabile solo a partire dal XIII secolo.
Gian Battista Falzari scrive a proposito della Chiesa di S. Adalberto, che prima era dedicata alla Santa Vergine: "E’ probabile che questa Chiesa della Madonna sia stata distrutta dal terremoto del 1301 e la nuova sarà stata dedicata direttamente a S. Adalberto, il culto del quale però deve risalire a tempi più lontani, cioè a quando i Patriarchi di Aquileia, dopo la metà del ‘900, per due secoli, furono di nazionalità tedesca. Ora S. Adalberto fu Vescovo e Martire della Prussia e morì nel 997.
Anche in altri luoghi abbiamo questa importazione di Santi tedeschi, cosi’ ad Aiello S. Ulderico, a Mariano S. Gottardo, ecc. Sono della opinione che S. Adalberto sia già stato venerato nella Chiesa antica di S. Maria, come è stato il caso di S. Gottardo, che prima aveva un altare nella Chiesa vecchia e poi gli fu dedicata la Chiesa nuova."
Peraltro, lo scritto dell’autore polacco Riccardo Casimiro Lewanski, riportato in una raccolta di studi sul Friuli edita a cura di Pietro Marchetti del 1981, adombra un’ipotesi, molto suggestiva ed interessante, secondo cui la costruzione di una Chiesa a Cormòns dedicata a S. Adalberto potrebbe essere fatta risalire ad epoca molto più remota; addirittura all’epoca dell’Imperatore Ottone III. Vale a dire già alla fine dell’XI secolo, intorno all’anno mille. Scrive questo autore: "Nel novembre 999 Adalberto fu canonizzato e proclamato santo-patrono sia della Boemia che della Polonia ed apostolo dei Prussiani. Un anno più tardi tutta la Cristianità celebrava il primo millennio della nascita di Gesù e fu generale l’attesa del ritorno del Messia sulla terra. In queste circostanze, il nuovo Santo slavo fu acclamato santo patrono del Millennio e la sua tomba a Gniezno nella Polonia divenne la meta di pellegrinaggi. Fra i pellegrini esteri più illustri troviamo...Ottone III, il quale, sulla tomba dell’amico martire sugellò un patto di amicizia e di collaborazione con il duca polacco Boleslao.....L’alleanza tra Ottone e Boleslao si rafforzò al punto che un reparto di guerrieri polacchi forte di 300 uomini corazzati partecipò durante lo stesso anno alla spedizione di Ottone in Italia....Il merito di aver diffuso il culto del santo boemo-polacco in altre parti d’Europa spetta ad Ottone; i suoi altari furono eretti ad Aquisgrana, ad Esztergom in Ungheria, a Roma. Ottone sperava di trasferire a Roma il corpo del Santo, ma Boleslao gli cedette solo la reliquia di un braccio (che fu restituito a Gniezno nel 1928). Nella Chiesa adalbertiana di Roma (che oggi porta il nome di San Bartolomeo) esiste tutt’ora un puteale dell’XI secolo con l’effigie del Santo, che ha una probabilità di non essere solamente una rappresentazione generica, ma di tramandarci delle sembianze, seppure approssimative, del Santo."
Prosegue l’autore polacco affermando: "Sappiamo che altri templi a S. Adalberto furono eretti a Subiaco e a Pereum presso Ravenna. Pare indubbio che tutti e tre i luoghi di culto adalbertiano in Italia furono fondati da Ottone III. Un’ulteriore conferma deriva dal fatto che essi si trovano sull’itinerario dei pellegrinaggi dall’Europa Centrale e Centro-Orientale verso Roma; una via che durante il basso medioevo, il rinascimento e la Contro-Riforma rappresentava la via obbligata attraverso il Friuli (Cividale, Aquileia), Ravenna ...verso la città eterna, capitale del cristianesimo. In questo quadro generale - conclude l’autore - il duomo di Cormòns non può che rappresentare un anello di completamento e, seppure le nostre notizie su quella Chiesa risalgono solo al ‘300, dobbiamo rivendicare a questo luogo origini ancora più remote e precisamente ottoniane. Infatti, possiamo dedurre implicitamente che il culto di S. Adalberto non poteva essere istituito a Cormòns altro che nell’undicesimo secolo sia da Ottone III stesso, sia dai guerrieri boleslaviani che lo accompagnavano in Italia. Seppure il primo piccolo tempio fosse stato distrutto, apparentemente la sua memoria fu tramandata dalla tradizione e, quando una nuova chiesa fu eretta 200-300 anni più tardi, fu ad essa attribuito il nome ricordato dalla popolazione locale."
Questo breve, ma interessante, studio sull’argomento, si chiude con questa ultimissima affascinante affermazione: "Il culto di S. Adalberto a Cormòns può essere accostato al denaro del patriarca aquileiano Popone ritrovato a Jarocin in Polonia e all’Evangelario Epifanico di Cividale trascritto da Valeriano di Cracovia, come ulteriore testimonianza dell’esistenza di un iter Friulanum che da tempi remotissimi andava dalla Polonia verso l’Italia."
Ora, prescindendo dalle affermazioni della proclamazione di S. Adalberto quale santo-patrono del millennio, per tutte le implicazioni inerenti alla problematica dell’anno mille nell’immaginario collettivo dell’epoca, e sulle suggestioni che tale immaginario ha creato nel tempo fino a noi, e su quelle concernenti il processo di canonizzazione (le cui prime precise formali regoli datano a partire solo dal XII secolo), la tesi di questo scrittore polacco indubbiamente è interessante e non può dirsi priva di riscontri.
Del pellegrinaggio a Gniezno dell’imperatore Ottone III abbiamo notizie storiche indiscutibili, risultando la presenza sua in quella città nel marzo dell’anno mille. Scrive, infatti, Gallo l’Anonimo nelle sue "Cronica" a proposito di questo pellegrinaggio:
"All’epoca di Boleslao, l’imperatore Ottone si recò presso la tomba di Sant’Adalberto per venerarne le reliquie e per ottenere, attraverso la sua intercessione, il perdono di Dio."
Da altra cronaca apprendiamo che Ottone III, giunto alle porte della città di Gniezno, scese da cavallo e, in veste di pellegrino e a piedi nudi, venne accolto dal Vescovo di Poznan Ungero, entrò nel santuario e venerò le reliquie del Martire.
Dell’amicizia, poi, che, con l’occasione nacque tra l’imperatore ed il duca polacco Boleslao - che riscattò come sappiamo per primo le sante reliquie del Martire - ci dà parimenti ragione lo stesso Gallo l’Anonimo nella sua medesima opera, nella quale possiamo leggere quanto segue:
"Boleslao lo accolse con tanto decoro e tanta magnificenza, quanti ne convenivano per ricevere un re, un imperatore dei romani e un ospite così illustre. Dispose come in coro alcuni gruppi di soldati e di signori sopra un largo spiazzo vuoto; tali gruppi si distinguevano gli uni dagli altri per i differenti colori delle vesti .....il loro paludamento era fatto di tutto ciò che al mondo si può trovare di più prezioso.....Considerando dunque la gloria, la potenza e le ricchezze del duca, l’imperatore disse pieno d’ammirazione: Giuro sulla corona del mio impero che ciò che vedo con i miei occhi qui va al di là di ciò che la fama mi aveva favoleggiato....E togliendosi dal capo la corona imperiale, la impose a Boleslao in segno d’amicizia; inoltre, gli donò .la lancia di S. Maurizio con un chiodo della croce del Signore; in cambio di ciò, Boleslao gli offrì un braccio di S. Adalberto".
Questo cronista medievale conclude il reportage della giornata con questo commento: "L’affetto che li unì in quel giorno fu talmente forte che l’imperatore fece del duca un fratello e il cooperatore dell’impero, offrendogli il titolo di amico e alleato del popolo romano."
Sappiamo, inoltre, che fu Ottone III, fortemente e sinceramente commosso e turbato dal martirio subito dall’amico, a propagandarne in tutto l’impero il culto, mediante la fondazione di Chiese dedicate alla sua memoria e la distribuzione di reliquie del suo corpo, che, secondo la mentalità del tempo, suggeriva plasticamente il concetto dell’affermazione in loco dell’imperium di chi divulgava il culto. In altre parole, laddove Ottone III imponeva, o portava, il culto dell’amico, intendeva anche affermare la propria supremazia politica. Sappiamo con certezza che Ottone III il 18 maggio, giorno di Pentecoste, era ad Aquisgrana.
Questa notizia ci viene fornita dalla cronaca dello storico medievale Ademaro di Chabannes, che così ci tramanda: "... in onore di Sant’Adalberto martire fece costruire ad Aquisgrana una stupenda basilica, ove dette asilo ad una congregazione di ancelle di Dio." Lo stesso cronista ci informa, poi, che l’imperatore "....costruì un altro monastero a Roma, sempre in onore di quel martire".
Quest’ultima Chiesa, come ci dice Lawanski - e come ci risulta anche da altre fonti - fu fatta costruire dall’imperatore sull’isola tiberina sopra le rovine di un antico tempio romano dedicato al Dio pagano della medicina Esculapio ed è l’unica chiesa eretta a Roma da un imperatore tedesco.
Tutti questi elementi creano un quadro d’insieme, dal quale si evidenzia la rapidità e la capillarità dell’allargarsi anche in Italia, specialmente in quelle zone dove maggiore era l’influenza tedesca, del culto di S. Adalberto. Elementi che senz’altro possono ben suffragare la tesi di Lawanski, che trae ulteriori rinforzi se la colleghiamo ad altre considerazioni.
Intorno all’anno mille si va creando in Friuli il potere temporale del Patriarcato di Aquileia, e ciò in un momento in cui, mentre in auge è la potenza degli imperatori Ottoniani, ancora non è spuntata la stella dei Conti di Gorizia della linea Lurngau, che incominciarono a dominare la scena politica e a mettersi in conflitto con i Patriarchi aquileiesi solo a partire dal XII secolo.
Fu proprio Ottone III che il 28 aprile dell’anno 1001, emise da Ravenna ( luogo caro all’imperatore germanico dove più volte si era recato a trovare conforto religioso nell’isola del Pereum presso S. Romualdo che tre anni dopo invierà in Polonia Bruno di Quenfurt, benedettino come S. Adalberto, cugino dell’imperatore ed anch’egli qualche anno dopo martire in terra polacca sulle orme del nostro Patrono) l’editto con cui donava al Patriarca di Aquileia metà del territorio del castello di Salcano e della villa di Gorizia con tutti i boschi e territori e corsi d’acqua tra l’Isonzo e il Vipacco, fino ai gioghi delle Alpi circostanti, e quindi anche il territorio di Cormòns, dove dal 617 fino al 637 circa dimorarono i Patriarchi aquileiesi. Con questa donazione, e con la riconferma di tutti i privilegi precedentemente concessi dalla casa di Sassonia, i Patriarchi di Aquileia cessarono di essere solo principi della Chiesa - e di una Chiesa che dai documenti ufficiali del papato risalenti al 1027 sotto il pontificato di papa Giovanni XIX veniva dichiarata la prima d’Italia dopo Roma - per essere elevati, in forza di documenti del potere imperiale, a signori territoriali e a membri dell’Impero germanico. Nell’anno mille era Patriarca di Aquileia Giovanni IV, che era anche commissario imperiale, cioè missus regius, di Ottone III e che fu il diretto destinatario della donazione del 28 aprile. A questo Patriarca successe Volfango, più noto con il nome di Poppo, o Popone, il quale elevò l’autorità del Patriarcato, gettò le basi del suo potere territoriale, risanò Aquileia dalla malaria bonificandone le terre, eresse la famosa Basilica ed il suo imponente campanile, che ancora oggi dopo quasi mille anni tutti ammiriamo. Poppone fu principe potente anche in guerra e di nobile famiglia tedesca, destinatario da parte degli imperatori tedeschi discendenti di Ottone III di altre donazioni, che dilatarono il territorio del Patriarcato fino al Livenza, al Meduna e dal mare fino alla strada ungarica e alla Carniola e fu il primo fra tutti i principi della Chiesa italiani ad ottenere dall’imperatore il diritto di battere moneta. Sotto il suo patriarcato fu fondato il monastero benedettino femminile di Monastero vicino ad Aquileia ed in quegli anni assurse a potenza, sotto la custodia dei benedettini, l’Abazia di Rosazzo. Sappiamo che entrambi questi monasteri avevano notevoli possedimenti a Cormòns.
Dopo Poppone, che muore nel 1045, il Patriarcato è governato da altri Patriarchi tutti di origine tedesca, da Eberardo a Gotepoldo e a Ravangero, da Sieghard a Enrico e a Federico II (unico Patriarca slavo), a Ulrico I della famiglia degli Eppestein e della stessa casata che all’epoca aveva la contea di Gorizia e che non era in opposizione al patriarcato.
Si giunge così, con questa teoria di Patriarchi tedeschi fino al 1121.
Ora, da tutto ciò, cioè dalla azione capillare promossa da Ottone III nel diffondere in tutte le zone di sua influenza politica il culto di S. Adalberto, alla strettissima unione politica e culturale tra il Patriarcato di Aquileia di quegli anni e il mondo politico e culturale tedesco, non è impossibile ipotizzare che già nei primi anni dell’XI secolo a Cormòns possa essere stata edificata, o riedificata dopo le distruzioni dovute alle invasioni ungare, una Chiesa e questa, sull’onda dell’emozione dell’evento martirio, dedicata al santo martire di origine boema, amico di Ottone III e venerato fin dal giorno del martirio da tutte le popolazioni germaniche, boeme e slave.
Certo, la questione è aperta e, in mancanza di testimonianze scritte o dirette, niente può essere affermato come sicuro.
Per noi Cormonesi di oggi poter pensare che il nostro Patrono ci protegge e veglia sulle nostre case dalla notte dei tempi ci rende orgogliosi delle nostre così antiche origini.