CONCLUSIONE


A chiusura di queste pagine, è doveroso chiedersi chi fu S. Adalberto, quale la sua opera, che conseguenze ebbe sul piano della storia delle regioni orientali il suo martirio, che ruolo ebbe per la Chiesa.

La definizione forse più opportuna di sé la diede proprio Adalberto, rispondendo ai Prussiani nel corso dell’interrogatorio cui fu sottoposto. "Sono boemo di nascita, mi chiamo Adalberto, sono monaco, un tempo fui vescovo, ora sono vostro apostolo."

Adalberto fu innanzi tutto uomo del suo tempo.

Non ebbe intuizioni particolari, né precorse i tempi, ma dei suoi tempi fu giusto e concreto interprete. Nato da nobile e potente famiglia, egli nel corso di tutta la sua vita non cessò mai di essere consapevole di tale origine, comportandosi sempre come un aristocratico del suo tempo, avvezzo a frequentare non le folle, ma i ristretti circoli dei notabili e dei potenti. Fin dalla fanciullezza venne educato a compiti di prestigio e di responsabilità e divenne uomo di potere, che esercitò personalmente per molti anni in nome proprio e quale delegato dell’autorità suprema spirituale e temporale. Esercitò potestà somme, fu amico e confidente di imperatori e di Papi. Dimostrò di essere fiero delle sue origini boeme e quelle terre amò e servì disinteressatamente. Assunse con la massima serietà la funzione di Vescovo ed in questa sua attività pastorale profuse tutto se stesso, cercando di imitare nella sua concreta azione lo stile del buon pastore. Ebbe in altissima considerazione il suo ruolo e si prodigò nell’esercizio delle funzioni affidategli con scrupolo, consapevolezza e abnegazione.

Ma come monaco benedettino fu umile e paziente, non disdegnò che altri avessero potere su di lui e non si curò delle ricchezze e della fama mondane. Figlio esemplare di S. Benedetto, cercò di imitarne le virtù e gli insegnamenti, sempre rimanendo fedele al motto "ora et labora" e sempre ne rispettò ed osservò la regola.

Non ci fu in lui dissociazione tra i ruoli, ma fu perfettamente consapevole di essere contemporaneamente Vescovo e monaco.

Combattè fermamente le ingiurie e gli assalti contro la dignità dell’alto incarico che ricopriva, ma mai si atteggiò a potente borioso e, quando la vita lo allontanò dal potere, fu in grado di amare ed apprezzare le umiliazioni ed i nascondimenti.

Sincero fedele della più illuminata idealità del movimento riformatore di Cluny, ne propagandò la spiritualità diffondendola nelle sue terre e ubbidì concretamente al comando divino di andare e di predicare il Vangelo, inviando i suoi monaci in Boemia, in Ungheria ed in Slovacchia, favorendo la cristianizzazione di quelle popolazioni, sviluppandone in senso moderno i costumi e consentendo loro di entrare nel novero delle nazioni occidentali.

Da uomo di nobili origine e come vassallo dell’Impero fu fedele all’autorità imperiale; come cristiano e vescovo fu fedele servitore della Chiesa Universale, mai disconoscendone l’autorità, ma sempre pronto in ogni occasione ad accettarne la volontà, anche quando essa era contraria ai propri desideri personali. Anche come uomo implicato in vicende politiche ed in affari di stato diede prova di molto coraggio e di forte senso di realismo.

Le sue due fughe da Praga non furono la conseguenza di pusillanimità, ma fredda e razionale disamina della situazione reale. L’abbandono per due volte della sede vescovile fu frutto di calcolo politico, che ubbidì al desiderio di favorire la conciliazione e di evitare inutili e disastrose guerre. Come membro di una fra le più potenti famiglie della Boemia, dovette destreggiarsi nei meandri degli equilibri politici tra opposte fazioni, ma ogni sua azione egli svolse come diaconia all’alta funzione pastorale che era chiamato a svolgere, rifuggendo dal prendere posizioni che potessero privilegiare l’uno o l’altro degli interessi.

Non fu mai un visionario, un mistico con la testa fra le nuvole. Ogni suo atto fu sempre il risultato di un calcolo meditato ed il frutto di un suo sincero interiore sentire.

Trascorse la sua breve vita terrena sopportando molti travagli e molto soffrendo, ma in tutto accettando volentieri la volontà divina. L’uomo Adalberto patì delusioni, affronti, incomprensioni, disagi sterminio della propria famiglia, e la sua vita non fu facile.

Molto viaggiò e conobbe i personaggi più influenti e noti della sua epoca. Ebbe una vita piena e la seppe riempire di grandi cose. Tentò di portare il Cristianesimo nelle terre ancora selvagge della Prussia; non ci riuscì, ma la sua opera fu l’inizio di un impulso cristianizzatore verso l’Est più profondo.

Il suo martirio divenne occasione per la Polonia di costituirsi definitivamente come nazione cristiana e la sua missione concluse un millennio di esperienza del Cristianesimo in Europa che portò la parola di Cristo dalle rive del Giordano fino alle più remote regioni del continente.

Intorno al suo culto si coagularono le devozioni di Slavi, Latini e Tedeschi ed anche per suo merito, proprio sul finire del primo millennio, poterono dirsi realizzate le fondamenta di una comune civiltà europea.

Dal 23 aprile 997 sono trascorsi altri mille anni, ma se noi ancora oggi abbiamo memoria di lui, e sentiamo di amarlo e lo veneriamo, è perché la sua opera e la sua vita non sono finite nel nulla, ma ancora ci illuminano e ci nutrono.